Il coro del makarismòs

La fine del terzo episodio segna una svolta decisiva nello svolgimento della tragedia: Penteo, dopo aver accettato di travestirsi da Baccante e di recarsi sul Citerone a spiare le Menadi, decide anche la sua sorte finale e pertanto il terzo stasimo trae le conclusioni a livello soprattutto morale. Il Coro si apre con l’immagine della cerbiatta che, appena scappata dalle reti piazzate dai cacciatori, è piena della gioia della liberazione; così anche le donne Tebane provano un’intensa sensazione di liberazione durante le celebrazioni sacre a Dioniso. Nell’antistrofe, preceduta e conclusa dalla domanda "che cos’è la sapienza" (ti to sophòn) si svolge la parte più morale del Coro che si riempie di gnòmai sulla potenza dei Numi e sull’impossibilità da parte dell’uomo di sfuggire alla loro vendetta. Importante è qui il concetto di sophòn, che ancora una volta viene contrapposto a quello di sophìa. Violenza e sophòn hanno portato alla rovina Penteo. La nostalgia per una dimensione di vita non turbata dagli affanni si esprime nel modo più perspicuo alla fine del terzo stasimo, in uno dei pezzi più intensamente espressivi di tutta la tragedia greca. Qui il modulo del makarismòs ("felice colui che") che nella parodo era stato usato in riferimento alla iniziazione dionisiaca viene invece trasferito nella condizione umana in quanto tale, è felice e proclamato colui che superando gli affanni riesce a raggiungere il porto. Ma non si tratta del conseguimento di un obiettivo che comporti l’affermazione di se stesso rispetto agli altri. È invece esplicita la consapevolezza che i desideri dell’uomo e il loro succedersi e le loro realizzazioni si susseguono in un ritmo che non lascia nessuno spazio a situazioni di spicco. Ciò che invece appare come desiderabile, e come segno di "felicità", è il riuscire a vivere, al di fuori degli affanni, giorno per giorno. Ma tutto questo è visto non come conseguimento acquietante, ma come prospettiva che può in ogni momento essere messa in discussione. Significativamente l’epodo finale del terzo stasimo (il pezzo, appunto, con il makarismòs) richiama la prima strofe dello stesso terzo stasimo dove si evoca l’immagine della cerbiatta che viene inseguita e si sente vicini i cacciatori e i loro cani, e solo con una faticosa corsa riesce a superare le reti che le sono state tese e raggiungere finalmente un luogo tranquillo: là dove ella finalmente possa godere delle ombrose chiome del bosco e dell’assenza degli uomini. L’agganciò all’immagine della cerbiatta e fatto dalle donne del Coro attraverso l’augurio che esse possano una volta celebrare in cori notturni il bacchico e gettare all’indietro la testa nell’aria rugiadosa, così appunto e la cerbiatta che gioca tra i verdi piaceri del prato. Anche il rito dionisiaco è visto nell’attacco di questo terzo stasimo non come una conseguita realtà, ma come una dimensione di esistenza proiettata nel futuro. E nel resto dello stasimo il rito dionisiaco è totalmente "dimenticato" per lasciare spazio a considerazioni di carattere generale sulla condizione dell’uomo. (...) con questo si tocca un punto nodale della tragedia, c’è nel corso delle Baccanti una oscillazione tra due poli, tra la messa in evidenza degli aspetti orgiastici del culto di Dioniso e un discorso più generale che coinvolge l’uomo in quanto tale e che solo indirettamente si può collegare coi riti dionisiaci.

[V. Di Benedetto, Medea, Troiane, Baccanti, BUR, 1982]