Dioniso e Apollo

Apollo è il dio della sapienza, in modo esplicito e pacifico. Difatti il conoscere tutto, la tracotanza del conoscere, spetta soltanto alla divinazione, nella sfera arcaica, e quest’arte è concessa ad Apollo. Ce lo dice Omero a proposito di Calcante, "che conosceva ciò che è e ciò che sarà e ciò che è stato prima". Riguardo a Dioniso si è detto che la sapienza è la cifra del suo essere, che la tracotanza del conoscere è un’indicazione della sua natura: la sapienza è l’impossibilita realissima che sta dentro di lui, non è qualcosa che egli conceda ad altri, che trasferisca fuori di sé. Apollo invece dà la sapienza agli uomini, o meglio a un uomo, ma lui se ne sta in disparte, lui è il "dio che agisce da lontano". E la sua sapienza non è quella che trasferisce fuori poiché lui possiede "l’occhiata che conosce ogni cosa", mentre la sapienza che concede è fatta di parole, è qualcosa perciò che riguarda gli uomini. Risulta così subito chiaro che tra i due dei esiste da un lato una profonda affinità – per lo stesso riferimento di entrambi alla sapienza – e d’altro lato una netta antitesi, nel carattere e nel manifestarsi. (...) Il tema della contraddizione simultanea sembra ripresentarsi in una forma ancora più esaltata, quando sentiamo enunciare in due frammenti del V secolo l’identificazione perfetta tra Apollo e Dioniso, con scambio di nomi e attributi: così Dioniso che raccoglie in sé tutte le contraddizioni, è una sola cosa con Apollo che e la sua contraddizione [Il primo frammento appartiene ad Eschilo, (fr. 86 Mette, citato da Macrobio): "Apollo l’incoronato d’edera, il Bacco, il divinatore"; il secondo, invece, appartiene proprio ad Euripide (fr. 477 Nauck, sempre citato da Macrobio): "O Bacco dominatore, amico dell’alloro, o Peana Apollo, esperto nella lira"] .

Ma è soprattutto il celebre passo del Fedro platonico sulla manìa che mette in evidenza l’identità di natura tra i due dei (Platone, Fedro, 244 a-c, 265b). Dioniso "induce gli uomini alla follia" ed è lui stesso "folle", Apollo suscita la follia nel divinatore, ma lui è "lontano": in cambio, però la manìa in senso eminente è la mantica, e, in Platone almeno, il dio della manìa è Apollo. Ma la manìa sta in rapporto con la sapienza; è per cosi dire un segnale della sapienza, un suo annunzio. Diventando folle, la baccante riceve in se stessa Dioniso, la cifra della sapienza. E il divinatore riceve da Apollo la parola che non comprende e pronuncia "con bocca folle", ma che sarà interpretata come sapienza. La manìa è la sapienza vista dal di fuori, nel suo primo mostrarsi, nel primo apparire come visione, danza, contatto, suono percepito, non ancora ascoltato.

[G. Colli, La sapienza Greca, vol. I, Adelphi, 1977]