Demetra e Dioniso: dal mito al rito

Noi scartiamo l’agrarietà di Demetra e Dioniso come motivazione automatica della loro emersione, perché non è assolutamente possibile affermare che fossero le divinità esclusive delle plebi rustiche. Stando alla documentazione dobbiamo dire che il fondamento economico della cultura greca d’ogni epoca, anche dell’asty micenea, era l’agricoltura, e dunque la presenza di Demetra e Dioniso, se e in quanto divinità dell’agricoltura, va data per scontata anche prima della rivoluzione democratica. Tutt’al più possiamo ammettere che con questa rivoluzione entrambe le divinità siano state chiamate ad assolvere una nuova funzione, e che la stessa "agrarietà" sia stata assunta con nuove prospettive nel sistema di valori scaturito dalla rivoluzione. La quale rivoluzione non va intesa tanto come "ruralizzazione" della pòlis (quasi una vittoria della campagna sulla città), quanto come una "politicizzazione" delle plebi (rustiche e cittadine, senza differenza). Con queste ammissioni, è chiaro, ci muoviamo ad un livello di considerazioni che pone l’"agrario" non più o non soltanto per le sue valenze economiche, ma lo pone per la sua capacita di qualificare un modo d’essere diverso da quello "politico". In tal senso il punto di partenza è che in greco, se agros indica anche il campo coltivato, l’aggettivo qualificativo derivato da agros, ossia agrios, indica, per lo più, il "selvaggio". E dunque il passaggio delle plebi rustiche alla pòlis, più che un fatto storico, è la rappresentazione del passaggio dal "selvaggio" (agrios) al "civile" (politikos). Il fatto storico reale è la utilizzazione di Demetra e Dioniso in riti che determinino questo passaggio. Il che si può spiegare come segue: Demetra e Dioniso hanno in comune un campo d’azione definibile come agrios più che come "agricolo"’, o meglio l’agrios è la zona comune dei due rispettivi campi d’azione, peraltro distinguibili e distinti da due figure divine ben differenziate (...); l’agrios su cui agisce Dioniso è ciò che viene trasformato da "selvaggio" in "umano", o, se si vuole, da "umano" (realtà caotica, pre-cosmica) in "divino" (realtà umana cosmicizzata), per esprimerci con formule sommarie e certamente discutibili, ma che qui non è il luogo di discutere. Quali che siano i rispettivi modi e campi d’azione, il fatto storico è che tanto Demetra, quanto Dioniso siano stati utilizzati come "divinità del passaggio", come divinità trasformanti, e non come "divinità agricole", dalla rivoluzione democratica. Il fatto storico accertato è l’importanza del rito trasformante di Demetra e di Dioniso nel contesto di una rivoluzione anti-genetica che ha portato le due divinità ad un nuovo ruolo ufficiale. E in tale contesto è lecito dire che alle due divinità è stata demandata la trasformazione dell’uomo naturale, quello determinato dalla nascita o dal ghènos, in un uomo culturale, quello determinato dalla pòlis. È lecito dire che per la nuova pòlis, la condizione naturale da trasformare è quella orientata dal mito (Omero, Esiodo), mentre la condizione culturale sarà quella introdotta col rito (appunto "introducente" o "iniziatico": rituale demetriaco e dionisiaco). Ed è lecito dire, infine, che non è il caso di parlare genericamente di un passaggio dalla pòlis aristocratica alla democratica, ma si deve specificamente limitare il discorso all’avvento della democrazia ateniese, dove ha un senso storicamente precisabile l’acquisizione di Demetra e Dioniso, nonché la loro caratterizzazione come "divinità agrarie", e ad un tempo "trasformanti". L’agrarietà di Demetra e Dioniso – e qui possiamo tornare all’agricoltura come fatto economico – va di pari passo con l’agrarietà che contraddistingue il processo di realizzazione dell’Atene democratica: riforma di Solone su basi agrarie e con la formazione di classi agrarie; rivoluzione classista, in senso agrario, guidata da Pisistrato; riforma di Clistene in cui il terreno (fondamento economico) diventa anche territorio (fondamento politico), e la terra "nutrice" si fa anche "madre": "genera" al posto del ghènos. Nella nostra prospettiva non c’è posto per la classica contrapposizione, accettata da Pettazzoni, tra "religione omerica" da un lato e "religione demetriaca" o "dionisiaca" dall’altro. La contrapposizione c’è, semmai, tra un omerico inteso come "mitico", e un demetriaco-dionisiaco, inteso come "rituale"; ed è la contrapposizione teorica tra ciò che non si vuole trasformare e viene ancorato al mito, e ciò che si vuole trasformare e viene trattato dal rito, calata nella contrapposizione storica tra una realtà gentilizia miticamente fondata che, adesso, viene rifiutata e pertanto la si cerca di trasformare agendo ritualmente su di essa.

[D. Sabbatucci, Il mito, il rito e la storia, Bulzoni, 1978]