Drammaturgia e stile

Dal punto di vista della tecnica drammatica, occorre richiamare alcuni aspetti salienti della trattazione euripidea delle parti tradizionali della tragedia. Il prologo e costituito da una rhesis orientativa, generalmente recitata dal protagonista o da una divinità, che informa sugli antefatti del dramma e sulle innovazioni introdotte dal poeta nei confronti della tradizione mitica. Il tono distaccato di molte fra queste rheseis, giàparodiate da Aristofane nelle Rane, rispondeva all’esigenza di concentrare l’attenzione dello spettatore sulle reazioni dei personaggi alle situazioni, piuttosto che sugli eventi in se stessi. È incerto se si debba vedere in questa forma un recupero dell’antico prologo espositivo di Tespi, e quindi un consapevole arcaismo. Nelle parti dialogate particolare risalto assume l’"agone", con la nitida contrapposizione dei discorsi fra gli antagonisti, i quali danno fondo a ogni risorsa dialettica per sostenere le proprie ragioni. Sempre più marcata appare col tempo la ripartizione dei discorsi in sezioni ben definite e in se concluse, non senza punti di contatto con la retorica del tempo. Per i dialoghi più serrati soccorre la sticomitia, spesso vivace e violenta, ma funzionale anche ad altri obiettivi (espositivi, parenetici ecc.). A partire dall’EracIe (vv. 421 sgg., 855 sgg.) e frequente l’impiego del tetrametro trocaico (in luogo del trimetro giambico) e dell’antilabe (ripartizione dello stesso verso fra due o più interlocutori). Rari in Euripide i dialoghi a tre (cfr. Her. Fur., 515 sgg., 1402 sgg., Tr. 895 sgg.). Monologhi in senso stretto (a scena vuota) compaiono solo nel prologo, ma situazioni sostanzialmente monologiche nel senso di Selbstgesprache con un personaggio che, pur al cospetto di altri, si rivolge in realtà a se stesso sono largamente diffuse, soprattutto per l’espressione del pathos (tipiche in queste parti le preghiere e le apostrofi a personaggi o entità assenti). Chiara ascendenza epica – sia per la tecnica narrativa sia per alcune peculiarità linguistiche (per esempio l’uso molto ridotto dell’articolo) – rivelano le narrazioni dei messaggeri, spesso ampie e ricercate, e caratterizzate da una realistica precisione di dettagli. Simmetrico rispetto al prologo espositivo, e stilisticamente affine, e l’impiego del deus ex machina nell’epilogo, con la prevalente funzione di informare (e talora decidere) sulla futura condizione dei personaggi, nonché di correlare eziologicamente la vicenda rappresentata a tradizioni e culti noti agli spettatori. Nell’ambito delle parti liriche spicca innanzitutto l’inserzione di intermezzi corali di tipo narrativo, definiti da W. Kranz "stasimi ditirambici" (in relazione al nuovo ditirambo attico) a partire dal 420 circa (cfr. El. 402 sgg., Phoen. 638 sgg., 1019 sgg., Iph. A. 164 sgg., 751 sgg., 1036 sgg.): brani accomunati dalla successione in quadri in se conclusi, da un gusto calligrafico per i particolari, dalla ricerca del chiaroscuro suggestivo. E accanto agli stasimi ditirambici si pongono, quali manifestazioni della nuova lirica euripidea, le monodie (dall’elegia di Andromaca nel dramma omonimo alle arie anapestiche dello Ione e delle Troiane; dalle melodie patetiche di Creusa nello Ione e di Giocasta nelle Fenicie alla virtuosa esibizione dello schiavo frigio nell’Oreste) e i duetti lirici (amoibaia) fra cui assumono particolare rilevanza quelli che accompagnano le scene di riconoscimento (cfr. Iph. T. 827-66, Hel. 625-7, Ion. 1339-509). La lingua euripidea si presenta come meno originale di quella eschilea e meno imprevedibile di quella sofoclea. Tra le neoformazioni, diffuse specialmente nelle parti liriche, spiccano gli aggettivi con funzione decorativa, mentre nelle parti recitate si avverte una forte tendenza sia all’uso di termini astratti sia all’introduzione nel lessico tragico di parole e nessi tipici della lingua parlata seppure talora impreziositi attraverso variazioni o accostamenti inediti. Fra gli stilemi particolare rilevanza assumono la personificazione di concetti astratti, spesso oggetto di apostrofe, e il gusto per l’antitesi, anche per influsso della prosa filosofica. La sintassi appare generalmente sorvegliata, ma nelle parti liriche delle tragedie tarde si nota la tendenza all’agglutinazione paratattica o comunque a una grande semplificazione dei nessi. La metrica delle parti recitate e marcata da un costante aumento delle soluzioni all’interno del trimetro giambico, i tetrametri trocaici compaiono solo a partire dall’Eracle e dalle Troiane. Quanto alle parti liriche, si osservano una crescente polimetria e un’associazione spesso virtuosistica di metri disomogenei. Non infrequenti le responsioni libere e altre licenze quali la soluzione trisillabica della base eolica. Spiccata la predilezione per cola brevi. Fra le peculiarità anche il riuso (sul modello eschileo) dell’efimnio (refrain) e l’adozione di forme della lirica monodica (l’elegia di Andromaca e la canzonetta del Ciclope, di tipo anacreontico, in Cycl. 503 sgg.).

[F. Ferrari, intervento in: Medea, Troiane, Baccanti, a cura di V. Di Benedetto, BUR, 1982]