La fortuna del dio del dolore

Riconoscere nel dionisismo una costante dell’esperienza umana (o, se si vuole, in particolare un contenuto perenne di determinate forme di conoscenza) e tentazione cui più volte si e consentito nella storia della cultura europea. La prima critica all’atteggiamento cui conduce il cedere a tale tentazione consiste nella precaria applicabilità di uno schema temporale a una realtà che si sottrae a priori alla dimensione temporale apprezzata dalla storicismo. Parlare di una "costante fuori tempo" o di una "perennità atemporale" significa ricorrere a paradossi accettabili solo se di là da essi affiora la nozione di una doppia realtà, per la quale varrebbero il "fin qui siamo" e il "resto è cosa degli dei" usati da Rilke nella I Elegia di Duino. ( ... ) Jeanmaire ha probabilmente ragione: Dioniso non è "attuale", e solo con arbitrio si può ravvisare nella religione dionisiaca storicamente raffigurata un "dionisismo" perenne. Ciò non significa, però, che Dioniso quale "dio del dolore" non abbia goduto di una fortuna secolare, largamente posteriore al limite storico della devozione organizzata verso di lui. E soprattutto ciò non significa che quella fortuna del dio "inattuale" fosse effettivamente inattuale. Del passato ciò che veramente importa è ciò che si dimentica. Ciò che si ricorda è soltanto sedimento e scoria. Ciò che importa, ciò che è destinato a sopravvivere, sopravvive apparentemente in segreto, in realtà, nel modo più palese, giacché sopravvive come materia esistente di chi ha sperimentato il passato: come presente vivente, non come memoria di passato morto. L’esperienza dionisiaca consentiva, appunto, di teologizzare queste proposizioni. Dioniso era il dio del dolore poiché è dolorosa la perdita del passato quando il passato non è ricordato in quanto è rimasto presente. La meccanica e superficiale interpretazione dello schema di morte e rinascita intravisto nelle testimonianze della religiosità dionisiaca può essere modificata in questo senso: così come nell’iniziazione primordiale, l’esperienza di morte e rinascita è innanzitutto cambiamento, passaggio da uno stato ad un altro, da un tempo ad un altro. La morte che prelude alla rinascita e l’abbandono del passato, il quale cessa di essere tale e non è ricordato poiché è divenuto presente. La rinascita è, appunto, l’esperienza di quel presente che comprende in se tutto ciò che del passato era vivo ed è vivo: tutto ciò che non si ricorda. Questo è soltanto uno schema temporale della dinamica interna all’esperienza religiosa dionisiaca. Qual è il contenuto di quell’esperienza? Paradossalmente avremmo ragione ad affermare che il contenuto è proprio lo schema temporale, il passaggio, la perdita del passato in quanto divenuto presente. Giustamente si è riconosciuto in Dioniso il dio del dolore. Ciò che davvero rende bifronte ai nostri occhi il volto di Dioniso e il dolore implicito nella rinascita: il dolore che è fatale all’accesso della gioia. Ma a questo punto si sovrappone allo schema temporale lo schema metafisico, o, in altri termini, si appalesa il senso della misura temporale. Giacché il passato è il "fin qui noi siamo" pronunciato dagli uomini, e il presente è il "il resto è cosa degli dei". E quando nell’esperienza dionisiaca il passato è dimenticato, dunque è divenuto presente, l’uomo accede a "il resto è cosa degli dei", sperimentando il dolore dell’essere allontanato dal "fin qui noi siamo". ( ... ) La ricorrente fortuna del "dionisismo" consente di osservare il paradosso del dolore implicito nella rinascita in una prospettiva più ampia, tale da coinvolgere non solo il passato personale dell’individuo, ma anche il passato di una comunità, di una generazione, di una cultura. Il "dionisismo" è infatti inattuale, e lo è stato ricorrentemente nel corso dei rapporti fra la cultura degli ultimi cinque secoli e l’antichità classica, nella misura in cui l’esperienza religiosa dionisiaca è stata dimenticata, e dunque è divenuta materia vivente dei singoli presenti. Dal punto di vista di uno storico e di un filologo rigoroso come Jeanmaire, il "dionisismo" sperimentato da Lorenzo de’ Medici o quello sperimentato da Nietzsche non erano il dionisismo originario, il quale sarebbe stato profondamente inattuale nel XV cosi come nel XIX secolo. Ma quel dionisismo, quello originario, era appunto "cio che del passato si dimentica", e il "dionisismo" del Magnifico Lorenzo o quello di Nietzsche erano il presente nutrito del passato, il presente in cui non si può riconoscere più il passato, poiché il passato è diventato presente. Indubbiamente, sia Lorenzo sia Nietzsche erano convinti di "ricordare il passato". In realtà né lo ricordavano, né avrebbero potuto ricordarlo. E l’uno e l’altro – non soltanto essi d’altronde – soffrirono le pene di chi ha perduto il passato; le soffrirono anche se solitamente non seppero riconoscerne la causa (poiché il passato credevano di "ricordarlo"), anche se almeno uno di essi – Nietzsche, appunto – ebbe in proposito più di una repentina illuminazione. Non a caso, nel paragrafo 224 di Al di là del bene e del male, Nietzsche scrisse: "i nostri istinti ripercorrono tutte le vie del passato, noi stessi siamo in una specie di chaos: ma infine, come già dicemmo, "lo "spirito" sa trovarci il suo vantaggio". Si direbbe, a una prima superficiale lettura, che "ripercorrere tutte le vie del passato" sia esattamente il contrario di aver "perduto il passato". Ma se si guarda più a fondo appare molto più probabile che il "ripercorrere tutte le vie del passato" da parte dei "nostri istinti" significhi l’aver dimenticato il passato poiché ciò che del passato è vivo è il presente. Ma non senza dolore ci si stacca dal passato per possedere solo il presente, non senza dolore si rinasce, non senza morire.

[F. Jesi, Inattualita di Dioniso, prefazione a H. Jeanmaire, Dioniso, Einaudi, Torino, 1972]