"MEGAS" epiteto mistico

Una discreta documentazione, per lo più epigrafica, ci testimonia nel mondo greco, e non solo in Samotracia, la presenza cultuale di divinità che venivano genericamente chiamate Megaloi Theoi. Il problema che tale presenza ha posto agli studiosi si contiene quasi tutto nella definizione di queste divinità "senza nome", come se la designazione di Grandi Dei celasse necessariamente qualche divinità altrimenti nota. Una ricerca così impostata ricalca più o meno fedelmente l’esegesi antica che tendeva, per conto suo, a dare un’interpretazione panellenica a Grandi Dei locali che, come si presentavano, sembravano sfuggire al sistema religioso greco accentrato sul pantheon tradizionale. Questa situazione di fondo già denuncia la presenza di un fatto mistico. I Grandi Dei sarebbero divinità "segrete", la cui reale identità non poteva trapelare all’esterno della cerchia iniziatica: questa è la valutazione sommaria di chi nel segreto iniziatico pone l’essenza del misticismo greco. (...) L’epiteto cultuale megas può rivelarsi indizio di un atteggiamento mistico, quali che siano gli sviluppi particolari che dal suo uso si sono svolti. Ma a proposito di questi sviluppi particolari potremmo sempre chiederci: perché nell’uso cultuale di megas si è avuta coincidenza di culti attualmente disparati anche se potenzialmente riconducibili ad uno stesso livello mistico? Infatti, se fonologicamente possiamo ammettere la generica funzione mistica dell’epiteto megas, da un punto di vista più strettamente storico si farebbe importante sapere come questo particolare aggettivo si sia caricato di un senso tanto pregnante. Intendiamoci: la questione non concerne il termine megas, il cui uso è dovuto a motivi lessicali (era il più comune o l’unico per dire genericamente "grande"), ma all’idea di grandezza di cui questo termine era portatore. Al riguardo, Hemberg ci suggerisce che i Megaloi Theoi, cosi come ogni singola Megale Thea, siano stati chiamati in tal modo per influsso della Megale Meter, Kybele, quindi, a seguito dell’ingresso di questa dea in Grecia e della sua vasta diffusione. Non è stato egli il primo, né sarà l’ultimo a proporre una soluzione del genere: essa è accettabile, e anche noi l’accettiamo, solo notando che trasferisce su Kybele la questione della "grandezza" significativa, togliendola (provvisoriamente) dai Megaloi Theoi e non spiegandola in alcun modo. (...) In un certo sistema che consideri la grandezza una qualità piuttosto che una quantità, parrebbe perdersi la connessione tra grandezza e misura. In realtà si tratta di una cosciente assolutizzazione della grandezza, cosi intesa, che finisce in tal modo per diventare "incommensurabilità" o "infinita". L’"infinita", qualità positiva per tale sistema, che per la trascendenza rispetto al mondano commensurabile potremmo chiamare mistico, era invece una qualità negativa per il sistema ideologico greco. I termini della dialettica sono chiari: da un lato la determinatezza, l’individuazione, la perfezione, la misura, la canonicità, l’ordine, ecc. che tendono ad un costrutto nel quale sia rifiutato, come negativo, l’indeterminato, l’oscuro (il non-individuabile), l’imperfetto (l’indefinito), lo smisurato, lo smodato, il caotico, ecc.; dall’altro l’assoluto e perciò l’indeterminabile, l’infinito, l’incommensurabile ecc., davanti al quale tutto ciò che è definibile, misurabile, o comunque relativo, diviene per ciò stesso "imperfetto" (nel nuovo senso di "limitato"). A quest’ultima polarizzazione tende naturalmente la rivoluzione mistica.

[D. Sabbatucci, Saggio sul misticismo greco, Ediz. dell’Ateneo & Bizzarri, 1979]