Il messaggio del Coro

Particolarmente significativo è, per l’individuazione del messaggio che attraverso il Coro Euripide intendeva trasmettere agli spettatori, il primo stasimo. C’è in questo stasimo, esplicita la condanna della hybris di Penteo, una hybris che viene qualificata sacrilega, mentre lo stasimo si apre con un’invocazione a Hosia ("Sacralità", "Santità"), presentata come la signora degli dei e come colei che agita sopra la terra le sue ali d’oro. E alla condanna della hybris di Penteo si accompagna il recupero di valori tradizionali: il rifiuto di una bocca senza freni e di una follia senza norma e l’affermazione del principio secondo cui non bisogna assumere atteggiamenti che vadano al di la della misura umana e non bisogna proporsi obiettivi troppo grandi che mettano a repentaglio ciò di cui uno dispone. E in più c’è l’affermazione che gli dei, anche se abitano le regioni celesti, "tuttavia" sono in grado di vedere e di sorvegliare le cose degli uomini. Il motivo del contentarsi del poco che si ha era proprio della saggezza delfica e aveva trovato espressione in Solone e in Eschilo, e tradizionale è anche il richiamo alla capacità degli dei di punire chi devia dalla norma. Ma nelle formulazioni del Coro ci sono anche elementi di novità. La sottolineatura della brevità della vita umana, in questo contesto tradizionale, sembra presupporre la celebre proposizione protagorea sugli dei (un’eco antiprotagorea e stata vista anche nei versi 201 ss. quando Tiresia proclama che le tradizioni popolari nessun argomento umano riesce a abbatterle: nell’uso del verbo kataballein e stato visto il riflesso del titolo di un’opera di Protagora). E la distinzione che si fa tra to sophon e sophia (il primo è termine positivo, e sophia nel contesto di questa contrapposizione assume chiaramente una posizione negativa) si muove in una direzione chiaramente anti-intellettualistica e trova significativi punti di contatto con il discorso che nello stesso periodo di tempo Sofocle aveva portato avanti nel Filottete. Non c’è dubbio pertanto che Euripide vuole rifiutare una linea culturale razionalistico-intellettualistica e il recupero dei valori tradizionali si accompagna a un discorso consapevolmente critico nei confronti di una nuova cultura. (E d’altra parte, però, il modo astrattamente enunciativo con cui il discorso del Coro viene formulato ha esso stesso un carattere specificatamente intellettualistico). Nella direzione di un recupero di motivi tradizionali si pone anche l’antistrofe del terzo stasimo (vv. 882-896). C’è qui la teorizzazione della giustizia divina in termini che ricordano da vicino analoghe formulazioni eschilee: la forza del dio è lenta a muoversi e "tuttavia" su di essa si può contare, ed essa punisce gli uomini che si macchiano di stoltezza. In più viene teorizzata con forza la necessita di non assumere atteggiamenti che vadano al di la delle "norme". I nomoi non sono in questo contesto le leggi che il popolo delibera nell’ekklesia (si ricordino in proposito le celebri teorizzazioni attribuite da Platone a Protagora nel Teeteto), ma sono gli usi della comunità e le norme che in questi usi trovano espressione. C’è quindi un esplicito richiamo alla coscienza collettiva della comunità, senza lo scarto che inevitabilmente comporta un atteggiamento intellettualistico. Nel primo stasimo il Coro proclama di voler prendere le distanze da coloro che presumono di distinguersi dalla massa ed esprime la sua volontà di voler accettare il modo di vivere e di pensare proprio del popolo più semplice. Il rifiuto di un atteggiamento intellettualistico porta quindi a posizioni "populistiche"; ed è significativo che in questo ordine di idee venga superata – nel terzo stasimo – la contrapposizione physis / nomos così significativa nella cultura del V secolo a.C.: ciò che è stato praticato da lunghissimo tempo acquista una validità e una consistenza proprie di ciò che è "per natura", physei. È individuabile quindi nelle Baccanti una ben precisa linea che va dal primo al quarto stasimo (anche nel secondo stasimo c’è una condanna all’atteggiamento tracotante di Penteo e nel quarto stasimo al rifiuto di una concezione intellettualistica si associa il proposito di onorare gli dei e di condurre una vita pura di giorno e di notte) nel senso di un recupero dei valori tradizionali di pietas e del rispetto della misura umana. E pur tuttavia questo recupero, visto globalmente nel contesto di tutta la tragedia, non appare come del tutto acquietante e come un punto di riferimento definitivo. Certo la hybris di Penteo sarà punita. Ma questa punizione della hybris di Penteo sfocia, alla fine della tragedia, in una situazione dove l’accento batte non sulla esaltazione del dio che l’ha punita, ma sull’infelicità di chi, come Cadmo e Agave, è più direttamente vicino, per legami affettivi, a Penteo. Dioniso vince. Ma alla fine della tragedia la religione dionisiaca in quanto rito attraverso cui si consegue la purezza non gioca più alcun ruolo. Le professioni del Coro in una vita pura restano dunque senza sbocco e sono anzi contraddette dalla tremenda visione di Agave che arriva sulla scena con la testa del figlio conficcata sul suo tirso. Il dio appare alla fine della tragedia come ben in grado di farsi rispettare. Ma la dimostrazione della sua forza si rivela in un isolamento che ha qualcosa di allucinante, e la tragedia si chiude con Agave che proclama di non voler avere più nulla a che fare con la religione dionisiaca. Il recupero dei valori tradizionali che il Coro porta avanti nel corso degli stasimi resta quindi senza una sbocco effettivo. E d’altra parte, come si è accennato, esso è insidiato all’interno dal modo stesso con cui viene formulato: attraverso un linguaggio enunciativo-riflessivo dotato, nonostante tutto, di una forte carica intellettualistica. È significativo a questo proposito, il comportamento di Tiresia. Egli si presenta di fronte a Penteo come sostenitore della nuova religione e, in sintonia con il Coro, afferma di voler seguire le tradizioni patrie: eppure proprio Tiresia volendo difendere il dio dall’attacco di Penteo da una spiegazione del mito di Dioniso che è tutta pervasa da uno spiccato razionalismo. Non ci sono, in realtà, nella crisi di cui le Baccanti sono espressione, porti sicuri a cui approdare. Ciò che è autentico è il vagheggiamento di un punto di approdo, ma non il suo raggiungimento.

[V. Di Benedetto, Medea, Troiane, Baccanti, BUR, 1982]