Il mito di Tiresia*

Tiresia è come indovino, prima di tutto un mediatore fra gli dei e gli uomini: pertanto questo fatto gli permette di partecipare dell’immortalità che caratterizza gli dei. In effetti Tiresia, che visse per sette generazioni, non conobbe in termini reali la morte. Dunque, questa posizione privilegiata gli permette di essere un mediatore, di avere una posizione particolare proprio all’interno delle generazioni regali della casa reale di Tebe non solo tra i vivi, ma anche tra i morti della famiglia stessa. Da un certo punto di vista questa trascendenza può apparire come una trasgressione all’ordine abituale delle cose, fondato sul rispetto delle opposizioni, stabilito una volta per tutte all’origine del mondo. Inoltre, Tiresia è oggetto egli stesso di una repressione che viene dagli dei; essi, infatti, mal sopportano che i loro segreti siano rivelati agli uomini da un indovino che, a sua volta, sta anche dalla parte degli uomini, esseri che, talvolta, non riconoscono in lui l’autorità di un indovino. (…) Ecco perché Tiresia, oltre ad essere stato reso cieco dagli dei, che, per supplire a questa mutilazione gli hanno donato il bastone (che a sua volta e il simbolo dello statuto da intermediario che l’indovino occupa), non è creduto dagli uomini che lo prendono in giro e qualche volta lo insultano. Nell’analisi del primo episodio della prima versione (A), si è dimostrato che questo tipo di relazioni si organizzava, questa volta, attorno alla figura di un serpente, il guardiano di tutte le potenze che Gaia, la Terra, raccoglie (…) Il serpente appariva come il guardiano e il dispensatore della potenza divina (...) Ecco perché anche una coppia di serpenti intrecciati attorno ad un bastone può diventare, per un indovino, l’emblema della sua funzione di mediatore, la cui bisessualità successiva non ne è che un aspetto. D’altra parte, il serpente intrattiene dei rapporti privilegiati con la vita e la morte; e in effetti sotto forma di serpente che le anime tornano alla terra e, inoltre, il fatto che egli si spogli ogni anno della sua pelle (che corrisponde alla sua vecchiaia), fa sì che questo animale sia considerato un essere dotato di una longevità straordinaria, del tipo di quella di cui è proprio dotato Tiresia. ( ... )

In una terza versione dello stesso mito, la stessa trama di relazioni si organizza questa volta non più attorno all’animale aggressivo, il serpente, ma attorno all’animale aggressore, un topo uccisore di serpenti, nel quale Afrodite trasforma Tiresia. In questa versione la maggior parte degli elementi significativi sono riutilizzati e subiscono delle modifiche più o meno degne di considerazione: la divinazione non viene più a Tiresia da Gaia, la Terra, ma da Zeus, forse, e da Chirone; egli non è cieco, ma suo figlio è colpito da strabismo; non sembra più vivere per sette generazioni, ma passare per le sette età della vita, essendo alternativamente uomo e donna; infine, niente indica che egli sia un mediatore fra gli dei e gli uomini e che possieda un bastone. (...) Comunque sia, l’analisi dei vari episodi ha dimostrato che durante i tempi il mito di Tiresia ha subito delle trasformazioni; pertanto è necessario segnalare che il tentativo di ricostruire la storia ha un carattere un po’ particolare; infatti, in questa analisi la storia non è un principio di spiegazione.

[I . Brisson, Le mithe de Tiresias, Leiden, 1976]

 

*Le versioni del mito di Tiresia, pur con numerose varianti interne, sono sostanzialmente tre:

  1. Secondo Ovidio ed Eustazio. Secondo queste fonti Tiresia sarebbe stato trasformato da uomo a donna dopo aver ucciso uno dei due serpenti che egli aveva visto mentre copulavano; visto che aveva provato sia l’esperienza di essere uomo, che quella di essere donna sarebbe stato poi nominato da Zeus ed Era a giudice di una loro disputa sul tema se la donna o l’uomo provasse più piacere durante l’atto sessuale. Tiresia avrebbe risposto l’uomo muovendo l’ira di Era che, secondo le varianti, lo avrebbe reso cieco, o gli avrebbe tagliato le mani.
  2. È tramandata da Callimaco, Nonno di Panopoli, Properzio, Apollodoro. L’indovino, secondo questa versione, avrebbe perso la vista per punizione di Atena; la dea, infatti, fu vista dal giovane Tiresia mentre faceva il bagno nuda, cosa che era assolutamente proibita ai mortali. La pena, di solito era la morte, ma a Tiresia fu risparmiata in virtù dell’amicizia della dea con la madre del giovane Tiresia: la dea, anzi, come compensazione della perdita della vista diede a Tiresia anche la facoltà di vaticinare.
  3. È la versione del mito più complessa: Tiresia, alla nascita, era una donna e fu allevata da Cariclo; a sette anni, mentre si aggirava per la montagna fece innamorare Apollo, cui ella si concesse in cambio della promessa che il dio le avrebbe insegnato l’arte della musica. Dopoché ella l’ebbe appresa, piantò in asso Apollo che, irato, la trasformò in uomo. Venne poi chiamato (come nella versione A) da Zeus e Era per la disputa di cui sopra e, dopo aver dato la solita risposta, venne di nuovo trasformato in donna. In seguito si sposa con Kallon, un argivo da cui ha un figlio che è strabico (sempre a causa di Era). Era lo perseguita con una serie infinita di trasformazioni da uomo laido a donna, fino a topo. (Per quanto riguarda le fonti di quest’ultima versione, si tratta quasi sempre di scolii).