La oreibasėa
La oreibasėa si svolgeva di notte, alla metā dellinverno, e doveva comportare gravi disagi ed anche un certo rischio: Pausania dice che a Delfi le donne salivano sulla vetta del Parnaso (2500 metri) e Plutarco descrive un fatto avvenuto, a quanto pare, ai suoi tempi: le donne restarono isolate da una bufera di neve e si dovette mandare una spedizione in loro soccorso; quando esse tornarono, avevano i panni gelati, duri come il legno. Qual era lo scopo di questa pratica? Molte popolazioni ballano per far crescere le messi, servendosi della magia "simpatica", ma sono danze annuali, come le messi e non biennali come loreibasėa avvengono in primavera, non al colmo dellinverno, e si svolgono nelle zone coltivate a grano, non sulle cime sterili delle montagne. I tardi autori greci ritenevano che le danze di Delfi avessero un carattere commemorativo: ballano, dice Diodoro, "imitando le Menadi, che si dice accompagnassero il dio ai tempi antichi". Deve esserci stato un tempo in cui le Menadi o Tiadi o Bākchai assumevano realmente, per poche ore o per qualche giorno, le caratteristiche implicitamente indicate nel loro nome: donne selvagge che perdevano la loro personalitā umana per assumerne temporaneamente unaltra. Non vi sono possibilitā di stabilire con certezza se al tempo di Euripide le cose stessero ancora cosė; una tradizione delfica riferita da Plutarco accenna al fatto che, ancora nel IV secolo, il rito provocava talvolta autentiche alterazioni della personalitā, ma la natura della trasformazione non č chiara. Vi sono, perō, in altre civiltā fenomeni analoghi, che possono aiutarci ad intendere la pārodos delle Baccanti e la punizione di Agave. In molte societā, forse in tutte esistono persone che, come dice Aldous Huxley, "trovano nella danza rituale unesperienza religiosa che sembra loro pių soddisfacente e convincente di qualsiasi altra cosa (...). Essi conoscono pių facilmente il divino attraverso lesercizio muscolare" (...). La danza e contagiosa; come osserva Penteo nelle Baccanti, (v. 778) essa si espande con la forza di un incendio. Il desiderio di ballare si impadronisce delle persone senza che la mente coscientemente vi consenta; ad esempio si racconta che a Liegi, nel 1374, dopo lingresso in cittā di certi indemoniati seminudi dalle teste inghirlandate, che ballavano in nome di San Giovanni, "molte persone apparentemente sane di corpo e di mente furono improvvisamente invase dai demoni e si unirono ai danzatori", perfino giovinette si staccarono dalle famiglie per vagare assieme ai danzatori. (...) In Alsazia, nel XV e XVI secolo, si credeva che fosse possibile imporre la mania per la danza invocandola mediante uno scongiuro sulla vittima; in certi casi lo stato ossessivo imposto ricompariva ad intervalli regolari, crescendo dintensitā fino al giorno di San Giovanni o San Vito, quando si verificava una manifestazione violenta, seguita dal ritorno alla normalitā; anzi in Italia la "cura" periodica dei soggetti colpiti, mediante musica e danze estatiche, sembra abbia dato vita ad una festa annuale. Questultimo caso indica il modo in cui, in Grecia, loreibasėa rituale a data fissa potrebbe essere nata da accessi spontanei di isterismo collettivo. Canalizzando listerismo col dargli forma regolare di rito biennale, il culto dionisiaco lo contenne entro certi limiti e gli dette la possibilitā di estrinsecarsi in maniera relativamente innocua. La pārodos delle Baccanti mostra listerismo domato e posto al servizio della religione; quello che invece si sviluppava sul Citerone era isterismo allo stato puro, il pericoloso bacchismo che scende come un castigo sulle persone oneste e rispettabili e le trascina contro la loro volontā. Dioniso č presente in entrambi i tipi di isterismo: come San Giovanni o San Vito, egli č causa della pazzia e libera dalla pazzia, Bākchos e Lysios. Occorre tener presente questambivalenza, per intendere bene la tragedia; resistere a Dioniso significa reprimere gli elementi primigeni della propria natura; il castigo sta nel crollo improvviso degli argini interni: le forze naturali li travolgono irresistibilmente e la civiltā e sommersa.
[E.R. Dodds, I Greci e lirrazionale, Firenze, La Nuova Italia, 1978]