Le Baccanti di Euripide

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TERZO EPISODIO

DIONISO
Oh, ascoltate la mia voce, ascoltate!
Oh Baccanti, oh, Baccanti!

CORO
Che grido è questo? Che grido? Da dove
il grido di Evio, il dio della gioia, mi ha chiamato?

DIONISO
580 Oh, di nuovo io vi parlo,
io, il figlio di Sèmele e di Zeus.

CORO
Oh, oh, signore, nostro padrone,
corri da noi al nostro tiaso,
o dio del fremito, Bromio!

DIONISO
585 Fa’ vibrare la terra, Ènnosi, signora del Terremoto!

CORO
Ah, ah,
presto la reggia di Pènteo
sarà tutto un crollo di rovine!
Dionìso è là, là dentro al palazzo!
590 Veneratelo! – Lo veneriamo, oh!
Guardate là! Ecco, là sulle colonne fremono
gli architravi di pietra. È Bromio, il Fremito:
leva il grido di guerra, là dentro il palazzo.

DIONISO
Incendia la fiamma viva del fulmine,
595 brucia, brucia la reggia di Pènteo!

CORO
Ah, ah.
Non vedi il fuoco? Non vedi là,
attorno alla tomba sacra di Sèmele,
la fiamma che lei un tempo lasciò,
600 fulminata dal tuono di Zeus?
A terra, Menadi, a terra
gettate i corpi tremanti!
Il nostro signore assalta questo palazzo,
lo scuote dall’alto e dal basso, il figlio di Zeus!

DIONISO
O donne barbare, perché, colpite da tanto terrore ancora
605 siete prostrate a terra? Vi siete accorte - sembra -
che è stato Bacco a scuotere ben bene la reggia di Pènteo.
Su ora, in piedi, fatevi coraggio, e via questo tremito dalle vostre carni.

CORO
O luce infinita per noi,
con quale gioia guardo a te, io, nel deserto della mia solitudine!

DIONISO
610 Dunque, vi siete lasciate andare allo sconforto, quando mi hanno portato via,
illusi di buttarmi nel carcere tenebroso di Pènteo?

CORO
Che altro fare? Chi era il mio difensore, se ti toccava questa disgrazia?
Ma come sei riuscito a liberarti da un uomo tanto empio?

DIONISO
Da solo ho salvato me stesso: è stato facile, nessuna fatica.

CORO
615 Ma non aveva legato le tue mani con corde ben tirate?

DIONISO
E proprio qui l’ho beffato: credeva di legarmi, ma in realtà
neppure mi ha sfiorato, neppure mi ha toccato.
Lui si pasceva delle sue illusioni, vane.
Trovò un toro alla greppia, dove mi portava per rinchiudermi,
e alla bestia si mise a legare zampe e zoccoli:
620 schiumava di rabbia, grondava di sudore,
si mordeva le labbra. Io lì, accanto a lui,
tranquillo, seduto lo osservavo. E proprio in questo istante
arrivò Bacco, scosse la reggia e appiccò il fuoco alla tomba della madre.
Quando Pènteo vide, pensò che il palazzo andasse a fuoco.
625 E allora, a corsa in qua e là, ai suoi servi ordinava di portare
l’acqua di tutto l’Acheloo, e ogni servo si dava un gran da fare: fatica sprecata!
Poi, a un tratto, lascia perdere tutto e preso dal sospetto che io gli ero sfuggito,
si lancia nel palazzo e se ne torna armato di una spada dai tetri bagliori.
E a questo punto il Bromio - così mi pare, ma è solo una mia impressione -
630 fece un fantasma in mezzo al cortile: Pènteo gli si avventa contro, va all’assalto,
ma trapassa solo aria trasparente, illuso di fare a pezzi me.
Ma Bacco non si ferma certo qui e lo schernisce ancora:
gli fa crollare la reggia: un cumulo di macerie!
E Pènteo allora vede quanto sono amare per lui le mie catene.
635 Alla fine, morto di fatica, lascia la spada e si accascia sfinito.
Contro un dio, lui, un uomo, ha osato fare guerra. Io, tranquillo,
esco dal palazzo ed eccomi da voi. Di Pènteo non mi do pensiero.
Ma ecco, da dentro la reggia sento un rumore di passi;
presto lui sarà qui all’ingresso. Che avrà da dire dopo quanto è accaduto?
640 Ebbene, gli terrò testa con facilità, anche se arriva tutto infuriato:
un uomo saggio sa controllare la sua ira.

PENTEO
Cose tremende mi sono capitate: mi è sfuggito lo Straniero,
e solo poco fa era stretto in catene.
Ehi, ehi!
645 Eccolo lì, l’uomo! Ma che mi càpita? Com’è che appari qui
davanti a casa mia? Come hai fatto ad uscire?

DIONISO
Fermo! Frena il tuo passo e anche la tua ira.

PENTEO
Ma come fai a essere qui fuori? Ma come sei sfuggito alle catene?

DIONISO
Non te l’ho detto - o tu non mi hai ascoltato -: ‘qualcuno mi libererà’?

PENTEO
650 E chi? Tu mi fai sempre discorsi così strani.

DIONISO
Chi dona agli uomini la vite carica di grappoli

PENTEO
[…]

DIONISO
Bello davvero, questo tuo insulto a Dionìso!

PENTEO
Farò chiudere tutte le porte di questa città.

DIONISO
E perché? Non passano gli dèi anche attraverso i muri?

PENTEO
655 Sapiente, tu, gran sapiente davvero! Salvo quando devi essere sapiente.

DIONISO
Io sapiente lo sono, e soprattutto quando mi conviene.
Ma prima ascolta il racconto di quell’uomo e impara.
Viene dai monti lui e ha qualcosa da dirti.
Io starò fermo qui accanto a te, e non ti scapperò.

PRIMO MESSAGGERO
660 Pènteo, tu che sei la forza di questa terra tebana,
eccomi, giungo dal Citerone
che nevi perenni e candide inondano di luce.

PENTEO
Che notizie ci porti con tutta questa fretta?

PRIMO MESSAGGERO
Ho visto le Baccanti, venerande, che sferzate dal pungolo del furore,
665 lanciarono come freccia il loro piede candido fuori da questa terra.
E ora, eccomi, per raccontare a te e alla città, o mio signore:
compiono miracoli straordinari, più che prodigiosi.
Ma prima vorrei sapere se raccontarti in piena libertà
le cose che accadono lassù, oppure parlare con prudenza:
670 temo, signore, il tuo temperamento un po’ troppo focoso e
facile all’ira e ho soggezione della tua maestà.

PENTEO
Parla pure, da me non subirai niente di male:
con i giusti non bisogna adirarsi.
Ma, quanto più orrendo sarà ciò che dirai delle Baccanti,
675 tanto più dura colpirà la mia giustizia lui,
che ha insegnato alle donne le sue arti.

PRIMO MESSAGGERO
Spingevo poco fa la mia mandria
al pascolo sul monte, nell’ora in cui il sole
manda i suoi primi raggi e comincia a scaldare la terra.
680 Ed ecco, vedo tre tiasi di donne:
il primo lo guidava Autònoe, il secondo
tua madre Agàve, il terzo coro Ino.
Tutte dormivano, col corpo in stato di abbandono:
alcune con la schiena appoggiata ai rami di un abete,
685 altre gettate qua e là col capo poggiato sulla terra,
su foglie di quercia, dove capitava, ma composte.
Non erano le donne che tu dici, ubriache di vino e del suono del flauto,
appartate in solitudine nel bosco a caccia di Cipride.
Ma, all’improvviso, tua madre s’alzò in piedi e in mezzo alle Baccanti
690 levò il grido per scuoterle dal sonno,
non appena sentì il muggito dei miei buoi dalle alte corna.
E quelle, allora, si scossero dagli occhi il torpore di un sonno ancora profondo,
balzarono su ritte, e fu, a vederle, un miracolo di grazia e di armonia:
giovani, vecchie, vergini inesperte del giogo delle nozze.
695 Prima sciolsero i loro capelli sulle spalle,
riannodarono le nebridi, che s’erano allentate,
e cinsero le pelli maculate
con serpenti che leccavano le guance.
Poi altre tenevano stretti tra le braccia un cerbiatto o cuccioli selvaggi di lupo
700 e li nutrivano col loro bianco latte:
avevano da poco partorito, i loro seni erano ancora gonfi
e avevano lasciato a casa i loro neonati. Tutte s’incoronavano
con ghirlande di edera, di quercia e di smilace in fiore.
Una colpì una roccia con il tirso
705 e da qui sgorgò uno zampillo d’acqua limpida come la rugiada;
un’altra piantò il nartece in terra
e da lì il dio fece scaturire una sorgente di vino;
chi aveva desiderio della bianca bevanda
con la punta delle dita raschiava la terra
710 e aveva latte in abbondanza. E dai tirsi stessi,
ornati d’edera, stillavano rivoli dolci di miele.
Ecco, se tu fossi stato lì presente, quel dio che ora tu disprezzi
l’avresti invocato nelle tue preghiere, se tu li avessi visti, questi prodigi.
Ci riunimmo noi mandriani e pastori
715 per renderci ragione, tutti insieme:
come potevano compiere azioni così straordinarie e prodigiose?
Allora uno di noi, che viene spesso in città e sa parlare bene,
dice a tutti: "Voi, che abitate le pendici sacre
di queste montagne, volete dare la caccia ad Agàve,
720 la madre di Pènteo, strapparla ai suoi riti
e così guadagnarci il favore del nostro signore?". A noi sembrò
che dicesse proprio bene e preparammo l’agguato
nascosti nel folto delle macchie. Quelle, all’ora stabilita,
scuotono il tirso per dare inizio ai riti
725 e invocano a una voce Iacco, il figlio di Zeus,
Bromio: e la montagna intera s’univa al grido
e le fiere, e tutto fremeva nella corsa.
Ed ecco, Agàve: un balzo e me la trovo accanto!
Io sbuco fuori dalla macchia dove stavo nascosto
730 e pronto a catturarla, e lei gridò: "O mie veloci cagne,
ci danno la caccia questi uomini! Ma voi seguitemi,
seguitemi, armatevi coi tirsi!".
Noi si riuscì a fuggire e si evitò così
d’essere fatti a brani dalle Baccanti, ma loro, s’avventarono
735 sui vitelli al pascolo, a mani nude, senza armi di ferro.
E una la vedevi tenere tra le mani una giovenca squartata
con le mammelle gonfie, che ancora muggiva,
altre fare vitelle a brani.
Vedevi fianchi e zampe
740 volare qua e là e i brandelli penzolare
dagli abeti e gocciolare sangue.
I tori, prima violenti, e pronti a dare sfogo alle loro corna
crollavano a terra con tutto il peso del corpo
schiantati da migliaia di mani di giovani donne.
745 E quelle ne spolpavano le carni
più rapide di un battito delle tue palpebre di re.
Poi, come uccelli in corsa pronti a librarsi in volo,
si lanciano per le vaste campagne, che lungo le correnti dell’Asòpo
fanno crescere rigogliose le messi dei Tebani.
750 Su Isie ed Eritre, che sorgono sulle falde rocciose
del Citerone, piombano come armate nemiche,
e si danno al saccheggio in lungo e in largo:
rapivano i neonati dalle case,
e la preda caricata in spalla, fosse di bronzo o ferro,
755 anche senza legami, restava attaccata al loro corpo
e non cadeva sulla terra nera.
E sui loro capelli portavano fuoco,
ma non le bruciava. Gli uomini, accecati dall’ira
per il saccheggio delle Baccanti, correvano alle armi.
760 E allora, mio signore, fu uno spettacolo terribile a vedersi:
agli uomini la punta delle lance non si bagnava di sangue;
quelle, invece, lanciavano i tirsi,
li ferivano e li misero in fuga, gli uomini,
e loro erano donne! Di certo al loro fianco c’era un dio.
765 E poi tornarono là, da dove erano mosse,
a quelle sorgenti che per loro fece sgorgare il dio.
Qui si lavarono dal sangue, e le serpi con la lingua
bevevano le gocce e la pelle del viso tornava al suo splendore.
Questo dio, chiunque è, o signore,
770 accoglilo in questa città, perché in tutto egli è grande.
E poi di lui dicono anche questo, come io sento dire:
la vite che tronca i dolori, è stato lui a donarla ai mortali.
E se non c’è vino, non c’è neppure amore,
e non c’è per gli uomini nessun altro piacere.

CORO
775 Ho paura a parlare in libertà
di fronte a questo tiranno, ma parlerò:
non c’è dio più grande di Dionìso.

PENTEO
Ormai è qui vicino a noi e come un fuoco divampa la violenza delle Baccanti,
una vergogna grande agli occhi di tutti i Greci.
780 Ma non c’è tempo da perdere: corri alla porta di Elettra, tu:
ordina l’adunata di tutti gli uomini armati di scudo,
di quelli che montano i cavalli veloci,
di quelli armati alla leggera, di quelli che con la mano fanno
vibrare i nervi degli archi: si scende in campo contro le Baccanti,
785 perché ormai s’è superato il limite
e non si può più subire dalle donne quello che si subisce ora.

DIONISO
Tu, Pènteo, non ti vuoi convincere, ma ascolta le mie parole:
offese, io da te le subisco; eppure io ti dico
che non devi levare le armi contro il dio,
790 anzi devi startene in pace: Bromio non lo sopporterà,
che tu cacci le Baccanti dai monti santificàti dalle loro grida.

PENTEO
Non voglio le tue lezioni da sapiente!
Non ti basta di essere scampato alle catene?

DIONISO
Io, al posto tuo, gli farei un sacrifico piuttosto che infuriarmi
795 e tirar calci all’aria: sei un mortale tu, e lui un dio.

PENTEO
Lo farò, un sacrificio: un bel massacro di femmine - se lo merita;
metterò a ferro e fuoco le valli del Citerone.

DIONISO
Fuggirete tutti! E questa sarà davvero una vergogna:
uomini armati di scudi di bronzo che danno le spalle a tirsi di Baccanti!

PENTEO
800 Mi sono confuso con questo Straniero impossibile:
non vuole mai stare zitto, lui, né quando subisce, né quando agisce.

DIONISO
Caro mio, un modo ci sarebbe ancora per sistemare tutto.

PENTEO
E quale? Essere servo delle mie serve?

DIONISO
Io, quelle donne, te le porterò qui, e senza usare le armi.

PENTEO
805 Povero me! Questo mi vuole in trappola.

DIONISO
Ma quale trappola! Anzi, voglio salvarti, con le mie arti.

PENTEO
Siete in combutta, per compiere i vostri baccanali.

DIONISO
Sì, c’è un intesa, è vero, ma con il dio.

PENTEO
A me le armi! E tu, basta parlare!

DIONISO
810 Ah! Fermati!
Le vuoi vedere, le donne, sdraiate tutte insieme, sul monte?

PENTEO
Sì, sì lo voglio! Pagherei a peso d’oro per vederle.

DIONISO
E com’è che ti è presa questa gran voglia?

PENTEO
Sarà un dolore, ma le voglio vedere ubriache.

DIONISO
815 Allora ti vuoi godere uno spettacolo che ti farà male?

PENTEO
Sì, voglio vedere: starò in silenzio, nascosto tra gli abeti.

DIONISO
Ma ti scoveranno, anche se ti avvicini di nascosto.

PENTEO
E allora andrò allo scoperto: questa volta hai ragione.

DIONISO
E allora ti farò da guida: vuoi metterti in cammino?

PENTEO
820 Guidami, presto! Non perdere più tempo!

DIONISO
Avvolgi il tuo corpo in vesti di lino.

PENTEO
E perché mai? Io, uomo, travestito da donna?

DIONISO
Perché non ti uccidano, se là ti fai vedere uomo.

PENTEO
E hai ragione anche questa volta: sei furbo tu, l’ho capito da un pezzo.

DIONISO
825 Dionìso ci ha ispirato questa idea.

PENTEO
E come metterò in pratica i tuoi buoni consigli?

DIONISO
Ma sarò io a vestirti, là dentro alla reggia.

PENTEO
Con quale veste? Da donna? Mi vergogno.

DIONISO
Ecco, ora non hai più voglia d’essere spettatore delle Menadi.

PENTEO
830 Ma quale veste dici che io dovrò indossare?

DIONISO
Prima sulla tua testa metterò una parrucca di capelli fluenti.

PENTEO
E poi quale sarà il mio travestimento?

DIONISO
Sarà un peplo, lungo fino ai piedi. E sul capo una mitra.

PENTEO
E poi, oltre a questo, come mi farai bello?

DIONISO
835 Un tirso e una pelle screziata di cerbiatto.

PENTEO
Ma non posso, non ce la faccio proprio a travestirmi da donna.

DIONISO
E allora dovrai versare sangue e affrontare in battaglia le Baccanti.

PENTEO
È vero: prima devo andare a spiarle.

DIONISO
Certo, è più prudente che cacciarsi nel male con il male.

PENTEO
840 E come farò ad attraversare la città di nascosto ai Cadmei?

DIONISO
Per vie traverse andremo e io sarò la tua guida.

PENTEO
Va bene tutto, purché le Baccanti non se la ridano di me.
Ora entro in casa e là deciderò.

DIONISO
Fa’ pure: da parte mia, io sono sempre a tua disposizione.

PENTEO
845 Allora io vado: o andrò là sul monte, armato,
oppure darò retta ai tuoi consigli.

DIONISO
Donne, l’uomo ormai è caduto nella rete:
andrà dalle Baccanti e lì pagherà la sua pena con la morte.
Dionìso, ora è compito tuo: tu non sei lontano.
850 Ci vendicheremo. Per prima cosa fallo diventar pazzo,
infondi in lui una folle passione per le frivolezze, perché,
se resta in sé, non sarà mai disposto a travestirsi da donna,
ma, se lo fai uscire di senno, si travestirà.
Farò di lui l’oggetto dello scherno dei Tebani
855 e, trasformato in donna, me lo porterò a spasso per tutta la città,
lui che prima, con le sue minacce, sembrava così tremendo.
Ora vado a far bello Pènteo e così agghindato
se ne andrà all’inferno, sgozzato
dalle mani di sua madre. Saprà chi è Dionìso, il figlio di Zeus,
860 saprà la sua natura di dio vero,
terribile, sì, ma il più dolce per gli uomini.

TERZO STASIMO

strofe]
Nei lunghi cori della notte
poserò un giorno il mio candido piede,
nell’estasi di Bacco agiterò il mio collo
865 nell’aria limpida di rugiada,
come cerbiatta che gioca
nei verdi piaceri del prato,
scampata in fuga
alla caccia paurosa,
870 scampata all’agguato, alla trama di reti.
Il cacciatore grida,
lancia la corsa dei cani,
e lei, con affanno, rapida come il turbine,
balza lungo la riva del fiume,
875 lieta di spazi lontani dall’uomo,
lieta dell’ombra del bosco.
Che cosa è la saggezza?
Quale dono più bello
dagli dèi fu dato ai mortali
che forte tenere la mano
880 sulla testa dei nostri nemici?
E una cosa bella ci è cara sempre.
antistrofe]
Avanza lenta, eppure sicura
la potenza divina
colpisce l’uomo insensato,
885 chi nella sua mente in delirio
non fa grandi le cose divine.
Gli dèi con astuzia nascondono
l’impronta lunga del tempo,
ma danno la caccia dell’empio.
890 Non concepire mai nulla,
non praticare mai nulla
più forte della legge.
Sforzo da poco credere nella potenza divina,
qualunque cosa sia, il divino:
895 quanto ha forza di legge nel corso lungo tempo,
quanto è eterno e ha suo principio in natura,
questo è divino.
Che cosa è la saggezza?
Quale dono più bello
dagli dèi fu dato ai mortali
900 che forte tenere la mano
sulla testa dei nostri nemici?
E una cosa bella ci è cara sempre.
epodo]
Felice, chi dal mare
alla tempesta scampa e tocca un porto.
Felice, chi supera gli affanni.
905 Per molte vie uno supera l’altro
in prosperità e potenza.
Infinite sono le speranze, infiniti gli uomini:
alcune hanno compimento nella prosperità,
altre fuggono via.
910 Beato chi giorno dopo giorno
sa vivere la sua felicità.

QUARTO EPISODIO

DIONISO
Tu, che hai tanta voglia di vedere cose che vedere non devi,
e hai fretta di cercare cose che cercare non devi, a te dico, Pènteo,
esci dal tuo palazzo e lascia che io ti ammiri
915 con la tua veste da donna, da Baccante, da Menade:
sei pronto ormai a spiare tua madre e il suo corteo.
Oh, assomigli davvero a una figlia di Cadmo!

PENTEO
Ecco, mi pare di vedere due soli
e doppia mi pare Tebe: due città, vedo, dalle sette porte.
920 E tu, che mi guidi, mi sembri un toro,
e sulla tua fronte sono spuntate corna.
O forse già da prima tu eri una fiera? Ora, sei un toro.

DIONISO
Il dio è nostra guida: lui, prima, non ci era propizio,
ma ora ha stretto con noi un’alleanza, e ora tu vedi le cose che devi vedere.

PENTEO
925 Come ti sembro? Non ti pare il mio
lo stesso portamento di Ino o di Agàve, mia madre?

DIONISO
Proprio loro mi sembra di vedere, quando guardo te.
Ma, ecco, questo ricciolo t’è andato fuori posto,
eppure sotto la mitra l’avevo accomodato così bene!

PENTEO
930 Prima, là in casa, scuotevo la testa avanti e indietro,
per danzare come una Baccante, e il ricciolo è uscito di posto.

DIONISO
Se è per questo, lo aggiusteremo noi:
sta a cuore a noi servirti. Su, alza la testa.

PENTEO
Ecco, fammi bello: io mi rimetto nelle mani tue.

DIONISO
935 Ti s’è allentata anche la cintura e le pieghe del peplo
non cadono bene a piombo fino alle caviglie.

PENTEO
Sì, pare anche a me, qui sul piede sinistro.
Da questa parte, invece, il peplo ricade proprio bene.

DIONISO
Certo sarò per te il primo dei tuoi amici, quando,
940 con tua grande sorpresa, vedrai le Baccanti in tutta la loro composta armonia.

PENTEO
E il tirso? Come somiglierò di più a una Baccante,
se io lo tengo con la mano destra o con questa?

DIONISO
Con la destra, si deve, e sollevarlo, a tempo, insieme al piede destro.
Bravo! Ti meriti un elogio, perché hai mutato la tua mente.

PENTEO
945 E ora potrò caricarmi sulle spalle
il Citerone con sopra le Baccanti tutte insieme?

DIONISO
Lo potrai, se vorrai. Prima la mente, non l’avevi sana:
ora ce l’hai, come devi averla.

PENTEO
Portiamo delle leve? Oppure solleverò la montagna
950 con le mani, solo a forza di braccia e di spalle?

DIONISO
Basta che tu non mi distrugga la sede delle Ninfe
e i luoghi dove Pan suona la sua zampogna.

PENTEO
Hai detto bene: non ci vuole la forza per vincere
le donne. E io me ne starò nascosto tra gli abeti.

DIONISO
955 Sì, ti nasconderai: e in un nascondiglio dove bisogna che stia ben nascosto,
chi viene a spiare le Menadi di nascosto.

PENTEO
Ecco, mi pare di vederle, là tra le macchie, già tutte prese
nelle reti dei loro dolci nidi, come uccelli in amore.

DIONISO
Proprio per questo tu vai in esplorazione.
960 E le prenderai, forse, se prima non sarai preso tu.

PENTEO
Accompagnami per la terra di Tebe:
Io, tra tutti, sono l’unico uomo che ha il coraggio di osare.

DIONISO
Tu solo ti sacrifichi per questa città, tu solo:
per questo ti aspettano le prove che tu devi aspettarti.
965 Ma ora seguimi. Sono io la tua guida per la tua salvezza.
Di là poi qualcun altro ti riporterà qui.

PENTEO
Di certo la donna che mi ha partorito.

DIONISO
Sarai un segno visibile per tutti.

PENTEO
Per questo vado.

DIONISO
E tornerai, trasportato…

PENTEO
Un lusso grande!

DIONISO
Tra le braccia di tua madre.

PENTEO
Mi costringi a una vita di gioia!

DIONISO
E che gioia!

PENTEO
970 Quella che mi merito.

DIONISO
Sei terribile tu, terribile davvero, e vai a prove terribili:
e troverai una gloria che innalza fino al cielo.
Tendi le braccia, Agàve, e voi, figlie
seminate da Cadmo: guido questo ragazzo
975 ad una prova grande e sarò io il vincitore
e Bromio lo sarà. Il resto, saranno i fatti a parlare.

QUARTO STASIMO

strofe]
Andate veloci, cagne di Lissa,
andate al monte, cagne del Furore,
là dove le figlie di Cadmo tengono il loro tiaso.
Aizzatele infuriate contro il pazzo infuriato,
980 spia delle Menadi travestito da donna.
Là, per prima, lo vedrà in agguato
sua madre dall’alto di una roccia,
sulla cima di un albero e griderà alle Menadi:
"Chi è quest’uomo, venuto qua al monte,
985 o Baccanti? È venuto a cercare
le figlie di Cadmo che corrono sul monte?
E chi lo partorì? Lui non nacque
da sangue di donna:
è razza di leonessa
990 o di Gorgone di Libia".
Verrà giustizia luminosa, armata di spada verrà,
colpirà a morte, trapasserà alla gola
995 quell’uomo senza dio, senza legge e giustizia
figlio di Echìone, razza della terra.
antistrofe]
Con ingiusto pensiero, con empio furore
va contro i tuoi riti, o Bacco, i riti di tua madre.
Pazzo il suo cuore, volontà in delirio:
1000 vuole, con la violenza,
vincere l’invincibile.
Morte implacabile
frena chi leva
la mente contro il dio.
Vita senza dolore
è stare nei limiti dell’umano.
1005 Io non invidio la sapienza,
mia gioia è cacciare altri beni,
quelli che sono grandi e luminosi,
quelli che sono rivolti alla bellezza:
vivere, giorno e notte nella fede,
rifiutare ogni norma che va contro giustizia,
1010 onorare gli dèi.
Verrà giustizia luminosa, armata di spada verrà,
colpirà a morte, trapasserà alla gola
1015 quell’uomo senza dio, senza legge e giustizia
figlio di Echìone, razza della terra.
epodo]
E tu, mòstrati nella forma del toro
o del serpente dalle molte teste
o del leone che spira fiamme.
1020 Vieni, o Bacco, e con volto ridente
stendi la tua rete di morte
intorno al cacciatore di Baccanti,
preda, ormai, del branco delle Menadi.

QUINTO EPISODIO

SECONDO MESSAGGERO
O casa, felice un tempo nella la Grecia intera,
1025 casa di Cadmo, il vecchio di Sidone, che seminò nella terra
i denti del drago, del serpente razza della terra,
come ti piango, e sono solo un servo, eppure…
[per i servi onesti sono disgrazia i mali dei padroni]

CORO
Che c’è? Dalle Baccanti che novità ci porti?

SECONDO MESSAGGERO
1030 Pènteo è morto, il figlio di Echìone.

CORO
Signore Bromio, dio ti riveli, grande!

SECONDO MESSAGGERO
Che dici? Che parole son queste? Tu, donna,
sei felice per le disgrazie dei miei padroni?

CORO
Sono straniera io, e grido la mia gioia coi miei canti da barbara, euòi.
1035 Ora non tremo più per la paura, non sarò più in catene.

SECONDO MESSAGGERO
E credi che a Tebe non esistano più uomini…? […]

CORO
Dionìso, Dionìso, non Tebe
ha su di me potere!

SECONDO MESSAGGERO
Posso capirvi. Ma non è bello, donne,
1040 essere felici dei mali degli altri.

CORO
Dimmi tu, parla: di che morte è morto
quell’uomo ingiusto che tramava ingiustizie?

SECONDO MESSAGGERO
Ci si lasciò alle spalle le ultime case di questa terra di Tebe,
risalimmo le correnti dell’Asòpo
1045 e poi si prese su per ripidi sentieri che vanno al Citerone,
Pènteo, io – che seguivo il mio padrone –
e lo straniero, la nostra guida in quella spedizione.
Prima una sosta in un prato erboso,
attenti a soffocare il rumore dei passi ed il respiro,
1050 per vedere senza essere visti.
C’era una conca tra pareti di roccia, scavate da sorgenti,
ombreggiata dai pini: le Menadi erano là,
tutte prese in piacevoli fatiche:
alcune coronavano d’edera il loro tirso
1055 che aveva perduto la sua chioma;
altre, come puledre liberate dai gioghi variopinti,
facevano risonare a voci alterne un canto a Bacco.
Pènteo, quell’infelice, non riusciva a vedere la schiera delle donne.
E allora disse: "Straniero, io da qui,
1060 non arrivo a vederle, quelle Menadi false.
Ma lassù dalle rocce, se salgo proprio in cima ad un abete,
le vedrei bene, le loro sconcezze".
A questo punto, ecco, vedo il miracolo dello Straniero:
afferra la cima, alta fino al cielo, di un abete
1065 e lo piega giù, lo piega, lo piega giù fino alla terra nera.
E l’abete si curva, come un arco o un legno
che il tornio modella a forma di ruota.
Proprio così lo Straniero, con le sue mani, teneva quell’albero di montagna
e lo piegava giù fino a terra: e questa impresa niente aveva di umano.
1070 Poi fa sedere Pènteo sui rami dell’abete,
si fa scorrere il tronco diritto tra le mani, piano piano,
attento che lui non sia disarcionato:
dritto ora l’albero svettava su, nell’alto del cielo,
e si portava, seduto sulla cima, il mio padrone.
1075 E fu visto, piuttosto che vederle, lui, le Menadi.
Non era ancora bene in vista, appostato lassù in alto,
che lo Straniero non si vide più.
Ma dal cielo una voce - Dionìso credo -
levò il grido: "Ragazze,
1080 vi porto chi ha riso di voi,
di me e dei miei riti: punite l’uomo!".
Mentre così parlava, tra cielo
e terra si stagliava una luce di fuoco divino.
Silenzio nell’aria, silenzio tra le fronde del bosco
1085 e nella valle, silenzio le voci delle fiere.
Ma quelle non udirono chiara la voce del dio
e si alzarono ritte e volsero attorno gli occhi.
Lui di nuovo gridò: quando udirono
chiaro il comando di Bacco, le figlie di Cadmo
1090 si lanciarono più veloci di colombe,
mossero i piedi in corsa vorticosa
la madre Agàve e con lei le sorelle, nate dal suo stesso seme,
e tutte le Baccanti. E a balzi per la valle solcata dai torrenti
e tra i burroni corsero, invasate dallo spirito del dio.
1095 Quando poi vedono il mio padrone nascosto sull’abete,
s’arrampicano su una roccia che stava di fronte a lui come una torre,
scagliano pietre a tutta forza e rami d’abete come fossero lance.
Altre facevano balenare nell’aria i loro tirsi
contro Pènteo, ormai solo un misero bersaglio, ma senza colpirlo.
1100 Quell’infelice, in preda alla paura e senza scampo,
era troppo in alto, fuori portata dalla loro furia.
Alla fine, schiantano come fulmini i rami dalle querce e
si mettono a scalzare le radici; ma quelle leve non erano di ferro
1105 e i loro sforzi furono tutti vani.
Allora Agàve disse: "Avanti, Menadi, tutte qua in cerchio,
afferrate il tronco, prendiamo la bestia salita lassù,
perché non sveli le danze segrete del dio!".
Mille mani abbrancano l’abete,
1110 lo strappano dalla terra
e da lassù, dall’alto a precipizio,
s’abbatte a terra, Pènteo, tra grida di terrore:
capisce di essere vicino alla rovina.
Fu sua madre, per prima, ad iniziare, sacerdotessa di un rito di sangue,
1115 e gli si avventa contro. Lui si strappa via la mitra dai capelli,
perché Agàve, anche lei infelice, lo riconosca e non lo uccida,
carezza il viso di sua madre e dice:
"Io, madre, sono figlio tuo,
Pènteo, partorito da te nella casa di Echìone.
1120 Pietà, madre, abbi pietà di me, per le mie colpe
non ammazzarlo, questo figlio tuo!".
Ma quella, con la bava alla bocca, torceva
le pupille stravolte, era fuori di sé, non intendeva:
posseduta da Bacco, lei non l’ascoltò.
1125 Gli afferra il braccio sinistro con le mani,
punta i piedi sui fianchi di quel disgraziato
e gli sbrana la spalla, ma non con la sua forza:
il dio dava vigore alle sue braccia.
Dall’altra parte compie il suo scempio Ino
1130 e squarta le carni, poi s’accanisce Autònoe e poi le Baccanti
in branco tutte insieme. Era tutto un gridare confuso:
lui urlava di dolore finché ebbe ancora un po’ di fiato,
loro urlavano grida di vittoria. Una portava un braccio,
l’altra un piede ancora col calzare, le costole messe a nudo
1135 erano sbranate e con le mani grondanti di sangue le Baccanti
si lanciavano, come una palla, i brandelli di carne di Pènteo.
Ora il suo corpo giace, fatto a pezzi, qua e là: un pezzo
sotto rocce scoscese, un pezzo tra le macchie del bosco,
e non sarà facile trovarli. La misera testa,
1140 se l’è presa sua madre:
l’ha piantata sulla cima del tirso e la porta in trofeo
giù per il Citerone, come fosse la testa di un leone montano.
Ora ha lasciato le sorelle tra i cori delle Menadi
e lei, fiera di questa preda disgraziata,
1145 avanza verso le nostre mura e invoca Bacco,
suo alleato, suo compagno di caccia, il grande vincitore:
e a lui porta il trofeo di una vittoria fatta di lacrime.
Ma io voglio stare lontano da questo orrore, e me ne andrò
prima che Agàve arrivi qui a palazzo.
1150 Essere saggi e venerare gli dèi
è la cosa più bella: e credo anche che sia la più sensata
e, per noi mortali, un bene prezioso, se lo mettiamo in pratica.

QUINTO STASIMO

CORO
Cori per Bacco,
grida di rovina
1155 per Pènteo, stirpe del serpente:
si travestì con vesti di donna,
prese un bastone d’edera incoronato,
fatale promessa di morte,
un toro lo guidò alla rovina.
1160 Baccanti figlie di Cadmo,
il vostro canto di vittoria bella
ha fine nelle lacrime e nel pianto:
oh, bella impresa, abbracciare la testa di un figlio
con mano che gronda del suo sangue!

ESODO

CORO
1165 Ecco, la vedo! Arriva qui alla reggia
Agàve, la madre di Pènteo. Ha gli occhi stravolti!
Accoglietelo in festa, questo corteo del dio della gioia, euòi!

strofe]
AGAVE
Baccanti d’Asia!

CORO
Perché questo grido?

AGAVE
Portiamo su dai monti
1170 a questa casa un tralcio d’edera, tenero,
appena reciso: caccia fortunata.

CORO
Vedo e ti accolgo in mezzo al mio corteo.

AGAVE
L’ho preso senza rete,
questo giovane cucciolo di leone selvaggio.
1175 Eccolo, guarda!

CORO
Da quale terra solitaria vieni?

AGAVE
Il Citerone…

CORO
Il Citerone?

AGAVE
L’uccise il Citerone.

CORO
Ma chi lo colpì?

AGAVE
Il merito è tutto mio!

CORO
Agàve beata!

AGAVE
1180 E beata mi chiamano nei tiasi.

CORO
Chi altra lo colpì?

AGAVE
Di Cadmo le…

CORO
Di Cadmo?

AGAVE
Sì, le figlie di Cadmo,
ma dopo di me, dopo di me
loro hanno messo le mani su questa fiera:
fortunata davvero questa caccia!

CORO
[…]
antistrofe]
AGAVE
Su, ora, al mio banchetto!

CORO
Che dici? A banchetto? Oh, infelice!

AGAVE
1185 È un vitellino di latte.
Solo un’ombra di morbido pelo
gli fiorisce appena sulla guancia.

CORO
Dalla criniera sembra una fiera selvaggia.

AGAVE
È stato Bacco, l’astuto cacciatore,
1190 a spingere con l’astuzia
le Menadi contro questa fiera.

CORO
Il nostro signore è cacciatore.

AGAVE
E tu mi lodi?

CORO
Ti lodo.

AGAVE
1194 Presto i Tebani…

CORO
… di sicuro Pènteo, figlio tuo…

AGAVE
… oh, sì, lui dirà brava a sua madre
che ha preso questa preda, creatura di leone.

CORO
Preda gloriosa!

AGAVE
E presa con gloria!

CORO
E sei felice?

AGAVE
Sono felice: con questa caccia
grandi cose ho compiuto,
grandi e gloriose.

CORO
1200 E allora mostra, infelice, la tua preda gloriosa
ai tuoi concittadini, questa preda che tu porti in trionfo.

AGAVE
Voi che abitate la rocca di Tebe dalle belle torri,
correte a vedere questa preda,
che abbiamo preso noi, figlie di Cadmo,
1205 e non con giavellotti di Tessaglia dalle cinghie di cuoio,
non con le reti, ma solo con la forza di queste mani candide:
e allora, perché vantarsi e procurarsi invano
strumenti di guerra da chi fabbrica armi?
Noi solo con queste mani abbiamo catturato l’animale
e le sue membra le abbiamo fatte a pezzi con queste stesse mani.
Dov’è il mio vecchio padre? Che venga qui, vicino.
E Pènteo, il figlio mio, dov’è?
Prenda una scala robusta, e l’appoggi alle mura:
inchioderemo ai fregi del palazzo
1215 questa testa di leone che io porto come trofeo di caccia.

CADMO
Seguitemi, con il misero peso dei resti
di Pènteo, seguitemi, servi, qui davanti al palazzo.
Ecco, dopo molte ricerche riporto qui a fatica
il suo corpo: io l’ho trovato fatto a brani, disperso
1220 fra le balze del Citerone, e nessun pezzo io l’ho raccolto
nello stesso posto. Era introvabile, disperso com’era nella macchia.
Ho sentito qualcuno raccontare le belle imprese delle figlie mie,
quando ormai avevo lasciato le Baccanti
ed ero tornato qui in città con il vecchio Tiresia:
1225 allora me ne vado di nuovo su al monte
e ora riporto qui il ragazzo massacrato dalle Menadi.
E così ho visto quella che un giorno partorì Atteone ad Aristeo,
Autònoe e insieme a lei Ino, povere donne,
che ancora brancolavano in delirio nel querceto.
1230 E lei, Agàve, un uomo mi disse che lei veniva qui
a passo frenetico di danza, e mi ha detto il vero:
l’ho qui davanti agli occhi, ed è una vista orrenda.

AGAVE
Padre, puoi davvero vantarti di avere seminato
le figlie migliori tra i mortali:
1235 e parlo di tutte le tue figlie, ma di me in particolare.
Io ho abbandonato la spola e il telaio
e sono andata a imprese più grandi, a cacciare le fiere a mani nude.
Ecco tra le mie braccia il mio trofeo, conquistato da me,
perché sia appeso davanti alla tua casa:
1240 prendilo, padre mio, tra le tue mani,
e, fiero della mia caccia,
invita a banchetto i tuoi amici: beato tu sei,
tu sei beato, per l’impresa che noi abbiamo compiuto!

CADMO
O pena infinita! Io non posso guardare
1245 lo scempio compiuto da queste vostre mani disgraziate.
Bella la vittima, che hai sacrificato per gli dèi,
e ora inviti a banchetto questa città di Tebe e me!
Ah, che disgrazia, prima di tutto tua, poi anche mia!
Il dio e Bromio Signore ci ha distrutto, con giustizia, sì,
1250 ma oltre ogni limite. E lui è nato in questa nostra famiglia.

AGAVE
Ah, che uggia questi vecchi, sempre così scorbutici
e noiosi! Oh, se mio figlio
fosse bravo a caccia e somigliasse a sua madre,
quando coi giovani Tebani
1255 va a caccia delle fiere! Ma quello è bravo solo
a fare la guerra al dio! Tu, padre, devi farlo ragionare.
Chi me lo va a chiamare, chi me lo porta qui
a vedere quanto sono felice?

CADMO
Ah, quando ritornerete in senno e capirete quello che avete fatto,
1260 patirete un dolore tremendo. Ma, se per sempre
sarete in questo stato, certo non sarete felici,
ma almeno non saprete di soffrire.

AGAVE
E cosa non va bene o ti addolora?

CADMO
Ascoltami, fissa il tuo sguardo verso questo cielo.

AGAVE
1265 Ecco, ma perché mi dici di guardarlo?

CADMO
E ti pare lo stesso, questo cielo, o avverti mutamenti?

AGAVE
È più chiaro e più limpido di prima.

CADMO
E questo senso di smarrimento nella tua anima c’è sempre?

AGAVE
Non le capisco, queste tue parole. Però sento
che torno in me e i miei pensieri sono diversi dai pensieri di prima.

CADMO
Sei in grado di ascoltare e rispondere con lucidità?

AGAVE
Sì, padre. Ho come dimenticato quello che ho detto prima.

CADMO
In quale casa sei entrata con il tuo matrimonio?

AGAVE
Tu mi hai dato a Echìone, che, dicono, fu seminato nella terra.

CADMO
1275 E quale figlio è nato al tuo sposo in questa casa?

AGAVE
Pènteo è nato dalla mia unione con suo padre.

CADMO
E di chi è la testa che tieni tra le mani?

AGAVE
Di un leone: almeno così dicevano le donne, mie compagne di caccia.

CADMO
Guardala ora, con attenzione: è fatica da poco guardarla.

AGAVE
1280 Ah! Ma che vedo? Che mi porto in mano?

CADMO
Su, osserva bene, e conoscilo meglio.

AGAVE
Vedo un dolore immenso, io, disgraziata!

CADMO
E ti pare davvero che assomigli a un leone?

AGAVE
No! È la testa di Pènteo! E io la tengo in mano, disgraziata!

CADMO
1285 E io l’ho già compianto, prima che tu lo riconoscessi.

AGAVE
E chi l’ha ucciso? Com’è arrivato qui tra le mie mani?

CADMO
Triste verità, perché non giungi in tempo?!

AGAVE
Parla! Mi scoppia il cuore per quello che dirai!

CADMO
Tu l’ha ammazzato, e le tue sorelle.

AGAVE
1290 E dove è morto? Qui, in casa ? O dove?

CADMO
Proprio là, dove un tempo le cagne sbranarono Atteone.

AGAVE
E perché questo povero infelice andò sul Citerone?

CADMO
Per ridere del dio e delle tue danze per Bacco.

AGAVE
E noi in quel luogo come s’arrivò?

CADMO
1295 In delirio eravate, e tutta la città era piena di quella pazzia.

AGAVE
Dionìso ci ha perduto: solo ora capisco.

CADMO
Sì, offeso dalle vostre offese: per voi lui non era un dio.

AGAVE
E il corpo caro di quel figlio mio, padre, dov’è?

CADMO
È qui: l’ho ritrovato io, con grande fatica.

AGAVE
1300 E tutte le sue membra sono ben ricomposte?
[…]
E Pènteo che parte ebbe nella mia pazzia?

CADMO
Lui era come voi: non venerava il dio.
Per questo Dionìso vi ha uniti tutti nella stessa disgrazia,
voi e questo ragazzo: il dio ha distrutto la mia famiglia
1305 e me. E io, ora, senza figli maschi,
sono qui a guardare questo frutto del ventre tuo,
o infelice, trucidato nel modo più vergognoso e orrendo.
A testa alta guardava a te la nostra famiglia, a te, o figlio,
che reggevi la mia casa, il figlio di mia figlia,
1310 a te che eri il terrore di questa città. E questo vecchio,
nessuno osava offenderlo alla tua presenza,
perché l’avrebbe pagata a caro prezzo.
Ma ora, senza più dignità, sarò esiliato da questa casa, io,
il grande Cadmo, che seminò la razza dei Tebani
1315 per poi mietere la messe più bella.
E tu, la creatura per me più cara al mondo -
e anche da morto, figlio, per me resterai sempre il più caro -,
tu non farai più carezze a questo mio viso,
tu non mi stringerai, o figlio, e non mi chiamerai ‘padre di tua madre’,
1320 tu non mi chiederai: "Chi ti offende, vecchio? Chi ti manca di rispetto?
Chi ti rattrista? Chi ti fa patire?
Dimmelo, padre, e io lo punirò, chi ti fa torto".
Ora, invece, io sono un infelice, tu uno sventurato,
e tua madre fa solo pietà e i tuoi familiari compassione.
1325 Ecco, se c’è qualcuno che spregia gli dèi,
veda la morte di questo ragazzo e creda negli dèi.

CORO
Soffro per te, o Cadmo: il figlio di tua figlia
sconta un pena giusta per sé, ma per te dolorosa.

AGAVE
O padre, vedi com’è cambiata la mia vita
[…]

[a questo punto si apre una lacuna piuttosto ampia che comprendeva il lamento funebre di Agàve mentre ricomponeva il corpo di Pènteo e la prima parte del discorso di Dionìso comparso ex machina. Si è tentato di colmare la lacuna con versi appartenenti al Christus Patiens, una tragedia cristiana sulla passione di Cristo risalente al Medio Evo Bizantino (sec. XI-XII), costituita come un centone di versi tratti parte dalle Baccanti e parte dalla Medea. Nella nostra messa in scena riprendiamo alcuni di questi versi che si riferiscono, secondo la critica filologica al ‘lamento funebre’ di Agàve]

[Oh, se io non avessi macchiato queste mani!
Come potrò, io, infelice, io che ho orrore a toccarlo, stringerlo
Sul mio seno? Come potrò cantare il mio lamento?
Come potrò abbracciare, figlio, le tue carni sparse?
Oh, sì, tutte le abbraccerò, le carni sparse di questo figlio mio!
Le bacerò, queste carni, nutrite dal mio seno!
Su ora, vecchio, noi ora la riuniremo insieme alle sue carni
la testa di questo povero figlio. Noi lo ricomporremo,
come possiamo, tutto il suo corpo, forte.
O viso caro, o tenera guancia!
Ecco, questo velo coprirà la tua testa
e le tue membra insanguinate e straziate dalle queste mani mie]

DIONISO
[…]
1330 muterai forma, diventerai un drago; si muterà in bestia
e prenderà l’aspetto di un serpente anche tua moglie Armònia,
figlia di Ares, che tu, nato mortale, avesti in sposa.
E con la tua sposa guiderai un carro trainato da buoi,
alla testa di barbari: oracolo di Zeus.
1335 E molte città distruggerai con eserciti immensi.
E quando violeranno col saccheggio l’oracolo del Lossia,
conosceranno un ritorno amaro.
Ma Ares salverà te e Armonia,
E ti porrà a vivere nella terra dei beati.
1340 Queste parole io dico, io, Dionìso, figlio di padre non mortale,
ma di Zeus. Se voi aveste imparato la saggezza
- ma non voleste -, ora la vostra vita sarebbe felice,
perché del figlio di Zeus avreste guadagnato l’alleanza.

CADMO
Dionìso, noi t’imploriamo, con te non siamo stati giusti.

DIONISO
1345 Tardi voi mi riconoscete; ma quando si doveva, non avete saputo.

CADMO
È vero, è vero. Ma ora tu, con il tuo castigo, colpisci oltre ogni limite.

DIONISO
Io sono nato dio, ma da voi ho subito violenze.

CADMO
Ma nell’ira gli dèi non devono essere simili ai mortali.

DIONISO
Da molto tempo Zeus, mio padre, decretò tutto questo.

AGAVE
1350 Ahimè, vecchio, ormai l’esilio, triste, è decretato.

DIONISO
E perché voi ancora esitate di fronte all’inevitabile?

CADMO
O figlia, ci siamo incamminati in un baratro tremendo
di sventura, tutti, tu, infelice, e le tue sorelle,
e io, infelice. Andrò a vivere tra i barbari, io,
1355 vecchio, come uno straniero. E il mio destino sarà
guidare orde di barbari contro la Grecia.
E Armònia, figlia di Ares, sposa mia, la guiderò io,
fatto serpente, lei trasformata in natura selvaggia di serpente,
contro gli altari e le tombe dei Greci,
1360 alla testa di lance. E mai io, infelice,
smetterò di soffrire, né avrò mai pace, neppure
quando varcherò l’Acheronte che scende sottoterra.

AGAVE
O padre, e io senza te andrò in esilio.

CADMO
Perché ti stringi a me, figlia mia infelice: si stringe
1365 a suo padre, candido cigno, vecchio e stanco.

AGAVE
E dove andrò io, cacciata dalla patria?

CADMO
Non lo so, figlia: questo tuo padre ti è di poco aiuto.

AGAVE
Addio, casa, addio, città di mio padre:
io vi lascio così nella disgrazia,
1370 per un esilio lontano dalle mie stanze nuziali.

CADMO
Vai, figlia, [alla casa] di Aristeo […]

AGAVE
Piango per te, padre.

CADMO
E io per te, figlia, verso le mie lacrime, e per le tue sorelle.

AGAVE
Un colpo tremendo
1375 ha portato Dionìso Signore
alla tua famiglia.

CADMO
E lui cose tremende da voi aveva subìto,
quando qui a Tebe il suo nome non aveva onore.

AGAVE
Stai bene, padre mio.

CADMO
E anche tu stai bene, povera figlia mia:
1380 ma al bene è difficile arrivarci.

AGAVE
E ora, amiche, portatemi dalle mie sorelle:
saranno compagne del mio triste esilio.
Voglio andare dove
non mi vedrà l’orrendo Citerone,
1385 né io vedrò con questi occhi il Citerone,
dove del tirso non esiste memoria:
altre Baccanti se lo prendano a cuore.

CORO
Molte sono le forme del divino,
molte cose contro ogni speranza realizzano gli dèi,
1390 quelle che ci aspettiamo non si compiono,
di quelle inattese il dio trova una strada.
Così è andato questo dramma.


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