Un thiasos del IV secolo: la testimonianza di Demostene

Verso la fine del V secolo, il protrarsi della guerra del Peloponneso avendo creato, come tutti i periodi di guerra, un ambiente favorevole alla rinascita mistica e all’ansia religiosa, si assistette, specie ad Atene, a una fioritura di culti di vario genere. La promiscuità delle razze nei grandi porti, 1’estendersi delle operazioni militari sino ai confini barbari del mondo ellenico e soprattutto delle coste della Tracia e il traffico dei prigionieri che ne fu la conseguenza, fecero la fortuna di varie divinità delle popolazioni settentrionali che si acclimatarono sul suolo greco. Sotto i nomi traci di Bendis e di Cotyto si diffuse una forma più primitiva del culto di Artemide. Quello fu anche il momento in cui cominciò ad essere citato, specialmente da Aristofane, Sabazio, dio che se non era proprio il Dioniso tracio sotto un nome indigeno, fu pure certamente un grande dio del mondo frigio e i cui rapporti e la confusione con Dioniso si spiegano precisamente con l’analogia o la quasi identità dei riti in uso presso i tiasi che riunivano i loro adoratori. È possibile rappresentarci uno dei numerosi piccoli tiasi o baccheia costituenti in un certo modo le cellule della prassi dionisiaca, in base all’immagine che Demostene, in un passo celebre della sua arringa Sulla Corona, tracciò della piccola comunità di cui la madre del suo avversario Eschine sarebbe stata la sacerdotessa e che sembra fosse una comunità di fedeli di Sabazio.

( ... ) Giunto all’età virile, dice a Eschine l’oratore, ( ... ) ti si vede assistere tua madre quand’ella officia nella telete. Questa assistenza consisteva soprattutto nel leggere alcuni libri; esisteva dunque un rituale che seguiva un testo scritto e che, forse, comprendeva "storie sante", hieroi logoi. Questo rituale, che occupava almeno una parte della notte, comportava diversi atti distinti, indicati da Demostene con termini che ne lasciano intravedere solo imperfettamente il carattere. Uno di essi è nebrisare, con evidente riferimento alla nebride, la pelle di cerbiatto, sempre menzionata o raffigurata come contrassegno degli adepti di Dioniso. ( ... ) Un altro termine e craterizzare, che rimandava evidentemente all’uso del cratere, cioè della coppa dove si preparava il vino mescolato ad acqua. L’idea che una libagione a carattere mistico di questa bevanda figurasse nell’iniziazione, qui troverebbe una conferma.(...). Segue la purificazione, katharmos, circa la quale veniamo a sapere che essa consisteva principalmente nel frizionare il corpo del novizio con un impasto di argilla e farina, sostanze cui si attribuiva, forse a causa della loro bianchezza, un valore simbolico. In quella parodia di iniziazione che è in Aristofane 1’accettazione da parte di Socrate di un nuovo discepolo, si ha la conferma che tale tipo di abluzione, ricordante quella praticata sulla vittima prima del sacrificio, era notorio e d’uso corrente in un rituale del genere. Il sacerdote faceva poi rialzare l’iniziato, prostrato o disteso per terra durante la purificazione, e gli faceva pronunciare la formula che era come il simbolo della sua nuova fede: "Sono sfuggito al male e ho trovato il meglio". Il folto pubblico, il numero e la qualità dei giudici davanti ai quali si perorò il grande processo politico nel quale Demostene difese la sua stessa causa, escludono che ricordando in tono ironico la formula in parola, egli non si sia riferito ad un dettaglio del cerimoniale dei Misteri ben noto e privo di carattere arcano. Ci viene detto che ad Atene la stessa formula rituale faceva parte della liturgia del matrimonio, il quale aveva carattere di una consacrazione. Si può dunque concludere che fin da tale epoca l’iniziato ai culti speciali di Dioniso o di Sabazio entrava in una specie di unione mistica. Ed era in questo punto culminante dell’azione sacra che prorompeva, gridato dal celebrante per essere poi ripreso dall’assemblea, l’alleluia, la risonante ololyge, con cui gli antichi Greci esprimevano 1’intensita del loro fervore religioso. (…) Ma non tutto si limitava alle cerimonie notturne. Di giorno v’era la processione per le strade dei "bei tiasi", certamente così qualificati con riferimento agli ornamenti ed alle insegne dei partecipanti. Gli adepti erano coronati di finocchio e di ramoscelli di pioppo bianco. In testa al corteo si agitava il nostro sagrestano che brandiva e faceva drizzare sopra la sua testa un qualche inoffensivo serpente gridando: "Evoè!", misti di "Sabazio"!, danzando al grido di Hyes Attes, Attes Hyes. E anche le vecchiette salutavano in lui il loro direttore, la loro guida, il Porta-Edera e il Porta-Canestro. Si trattava forse del canestro da cui egli prendeva i serpenti; e il liknon, rassomigliante come forma allo strumento per vagliare che, nel contempo, era la culla primitiva del bambino, in particolare del piccolo Dioniso, che ad essa deve il soprannome di Liknites. Questo "ventilabro mistico", recipiente che contiene diversi oggetti sacri coperti da un velo, sarà sempre un simbolo importante e accessorio nei riti a carattere dionisiaco. ( ... ) Una questua chiudeva o forse accompagnava la cerimonia. Pezzi di torta, focacce, panini raccolti dal fortunato Eschine, dimostrano 1’edificazione del pubblico e la riconoscenza dei devoti.

[H. Jeanmaire, Dioniso, Einaudi, Torino, 1977.]