Note di messa in scena

di Alessandro Biotti

Il cerchio
ovvero
Lo spazio e il tempo sulla scena

Abbiamo bisogno di un occhio capace di vedere il passato al suo posto e con le sue precise differenze dal presente, eppure vederlo così vivo da esserci presente come il presente stesso.

Thomas Stearns Eliot

Una fanciulla adolescente con in mano un gomitolo di lana e un bambino, suo fratello, con in mano un cerchio, osservano in piedi un cadavere coperto da un sudario: è il corpo del loro padre che giace sulla porta di casa. La giovane poggia le mani sulle spalle del bambino, per proteggerlo o, forse, per costringerlo a guardare e a non dimenticare. Poi, all’improvviso, come scossa da un brivido ubbidendo ad un presentimento, lo stringe ancor più a sé e lo porta via per strapparlo agli assassini. Il bambino allora abbandona il suo gioco, il cerchio, che resta sulla scena.

La gara dei cocchi, narrata nei dettagli dal Precettore per avvalorare la morte di Oreste, si svolge su un percorso circolare. La forma della pista di Delfi è il tracciato ingannevole che accerchia Clitemestra e le si stringe attorno, come il manto che disvela le ruote del carro frantumato di suo figlio. Il cerchio è uno spazio, volubile come le umane sorti, nel quale si circoscrivono una morte falsa, e un inganno che avviluppa nelle sue spire e serra in una morte vera.

Il cerchio è lo spazio dell’emarginazione di Elettra, della sua solitudine, della sua diversità. Si tratta di un’emarginazione di ordine socio-politico dalla quale Elettra tenta di uscire attraverso il compimento della vendetta, intesa anche come mezzo di reintegrazione nella collettività; così dice alla sorella Crisotemi invitandola a farsi sua complice: "Non ti rendi conto del prestigio che tu e io avremo, se mi dai retta? Quale cittadino o straniero non ci saluterà con lodi come queste: "Guardatele, quelle due sorelle (…) hanno vendicato l’assassinio. Tutti dobbiamo amarle e rispettarle, tutti nelle feste e nelle adunanze cittadine devono onorarle per il loro valore?"".

Ma l’emarginazione di Elettra riguarda soprattutto la sfera dei suoi sentimenti, ed in questo senso è vera e propria frustrazione di affetti. Elettra si chiude nel cerchio del suo isolamento e in questo spazio, che traccia i limiti della sua continuamente rinnovata percezione del dolore, piange per il padre morto, dando così un senso alla sua vita: "(…) perché rinunciare ai miei lamenti? Che ci guadagnerei? Non vivo, io? Male, lo so, ma mi basta".

Elettra esce dagli interni grigiori del palazzo ed entra in scena prendendo posto nel cerchio del suo dolore che tutto avvolge e cielo e terra, un cosmico dolore: "Luce del sole, pura, e tu, aria, abbraccio della terra, quanti miei canti di lamento hai udito…".

Sofocle stesso ha dilatato al massimo il tempo di Elettra chiudendola nel cerchio del suo dolore. Ha ritagliato per lei questo spazio concentrando la tragedia sul tempo dell’angoscia e del lamento di Elettra tra l’assassinio del padre e la vendetta. Ha saldato passato e presente, creando una sproporzione tra le prospettive temporali della tragedia: il tempo del dolore per la morte del padre (il passato) si fa vivo e attuale sulla scena (il presente) e si rinnova ciclicamente, giorno dopo giorno e notte dopo notte, mentre il tempo della vendetta (il futuro), che pure affiora nella mente, è ridotto agli estremi, compresso quasi nella brevità di attimi fatali. Questa sproporzione è sorretta dalla sintassi teatrale che ritarda, ad esempio, la scena del ‘riconoscimento’ col fratello (Oreste si rivela precisamente al v. 1222s.!), e dai ritmi dell’azione, lenti fino al quarto episodio e poi serrati nel finale.

Elettra subisce il fluire inarrestabile del tempo, scopre i limiti imposti dalla forza del tempo ("E intanto il meglio della mia vita scivola nella delusione e sono stanca; e mi logoro senza figli, senza un amico, senza un uomo che mi voglia bene e mi protegga"), eppure la sua vita è inscritta in un cerchio dove il fluire degli eventi risulta come sospeso: è proprio qui, in questa fissità permanente del dolore, in questa dimensione assoluta, che Elettra trova la sua consistenza, ossia la sua motivazione esistenziale. La scoperta dei limiti imposti dalla forza del tempo ed il dolore, perpetuato e custodito con l’orgoglio della disperazione, inaspriscono l’animo di Elettra, ma l’aiutano anche a prendere coscienza della propria fragilità e a tramutarla in forza. Il tempo per Elettra non è, come per il Coro, "un dio che tutto rimedia". Il tempo del dolore si fa coscienza ‘tragica’ dell’umana esistenza.

Un uomo veste l’armatura che fu di suo padre; una donna, seduta in mezzo a un cerchio, ha accanto a sé un cesto di gomitoli di lana; poi si alza lenta, prende da terra il cerchio e lo fa rotolare. Il principio e la fine non appartengono a Sofocle e non appartengono nemmeno a noi, ma a tutti appartiene una domanda: esiste qualche parvenza d’immutabile realtà? e… che sarà di una donna di nome Elettra se rompe il cerchio del suo dolore?


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