Greci e barbari
:
verso il superamento del pregiudizio razziale

Le Troiane, che facevano parte di una trilogia comprendente l’Alessandro e il Palamede, furono rappresentate alle Grandi Dionisie che si celebravano nel marzo del 415. Per meglio comprendere le problematiche sottese alla tragedia è opportuno tenere presenti alcuni fattori sociologici propri dell’Atene del tempo. La società della seconda metà del V secolo, in cui visse ed operò Euripide, essendo tutt’altro che autarchica, è condizionata da un rapporto costante con gli stranieri. Senza dubbio esisteva a certi livelli una sorta di moralismo nazionalistico che poneva in subordine lo straniero rispetto a chi apparteneva al nucleo originario greco, ma, sul piano realistico, la politica di Atene e delle altre potenze greche non fu mai ispirata da un sentimento spiccatamente razzistico nei confronti dei non-greci.
Nel 480, l’anno della seconda guerra contro la Persia, Atene certamente operò una scelta tra Greci e barbari, ossia tra la sottomissione al re Persiano e la scomoda alleanza con quei Peloponnesiaci che volevano difendere la Grecia dall’Istmo di Corinto verso sud. Tale scelta, tuttavia, fu dettata soprattutto da interesse politico e solo in minima parte da una concezione rigorosamente e semplicemente razzista; del resto, proprio in questa fase storica, altre regioni greche, come la Beozia, la Tessaglia e la Macedonia, avevano compiuto una scelta opposta, schierandosi dalla parte dei Persiani. Dunque, l’esperienza Persiana fu decisiva per Atene, ma non come scelta razzistica: la rappresentazione storico-culturale della guerra stessa, quale fu data da Eschilo nella sua tragedia i Persiani, esclude questo punto di vista.
Eppure la differenza etnica, irrilevante sul piano della politica internazionale, agisce sul terreno più delicato dei rapporti civili ed umani all’interno della comunità. In Atene vivevano molti "barbari" e quasi tutti in uno stato di soggezione, in parte servi veri e propri, in parte agenti pubblici che esplicavano, ad esempio, i servizi di polizia urbana: si ricordino le figure, grottescamente caratterizzate, degli Sciti nelle commedie di Aristofane. Lo schiavismo razziale greco non turba l’ordine costituito, ma è accettato pacificamente. Se, nel mondo ateniese del periodo considerato, esiste un’opposizione a tale soggezione, questa deve intendersi solo in senso completamente intellettualistico.
In Euripide è assente la convinzione della superiorità dei Greci sui barbari, nonché qualsiasi altro pregiudizio, come ben si comprende proprio dalle Troiane, che, con l’Ecuba (423) e l’Andromaca (422), è tragedia del dopoguerra persiano e presenta, aldilà degli sviluppi particolari, una posizione di fondo comune che costituisce già di per sé un passo avanti per il superamento del pregiudizio razzistico: si avverte infatti in queste tragedie una mortale stanchezza che porta al ripudio della guerra e all’odio per i responsabili. Il pacifismo e l’antirazzismo sono posizioni ideologiche sostanzialmente affini, come risulta soprattutto dal convergere necessario dei loro opposti, vale a dire l’aggressività bellica e il disprezzo dei barbari, che si alimentano a vicenda. Anche a prescindere da questa conferma, la posizione di Euripide nei confronti della guerra si riflette in senso distruttivo sull’antitesi greci-barbari, perché presenta gli uni e gli altri nelle stesse condizioni, ugualmente prostrati dalla guerra e consapevoli di questa somiglianza che li avvicina e talora li affratella. Si arriverà persino a dire che la sorte dei vinti è preferibile a quella dei vincitori, e questo non sulla base di un paradosso sofistico, ma di una diagnosi realistica dei fatti.
Nelle Troiane Ecuba è senza dubbio, come regina, moglie e madre, il personaggio che riflette nella sua anima ogni dolore della città conquistata e collega in un’unità, non solo esterna, i singoli momenti di spavento e di orrore. E tuttavia ciò che ci avvince nella tragedia non è una vita individuale: in una successione di quadri siamo invitati ad assistere all’indicibile dolore che una guerra ha addensato su tutto un popolo, e proprio Ecuba è personificazione del dolore più che personaggio sofferente, è colei che imprime nella sua più profonda disperazione una nota di universalità. La guerra è finita, ma certo le rovine fumano ancora e la contrapposizione creata dal sistema bellico non può, se non altro per forza d’inerzia, aver smesso di operare. Si può dire di più: la violenza si fa sentire immutata nella scena della distribuzione delle prigioniere come nelle più truci scene di sangue.
Eppure il dramma non è neppure un attacco alla guerra in senso pacifista. Il suo significato è più ampio: la guerra arreca rovina ai vinti e ai vincitori, e viene a crearsi tra loro una sorta di solidarietà, un’affinità paradossale e contraddittoria rispetto alle norme codificate del sistema bellico che è dinamicamente inteso a trasformare la contrapposizione in un esito il più possibile divaricato. Come alla conquista e alla signoria si oppongono la disfatta e la schiavitù, così alla disperazione dovrebbe opporsi il trionfo. Cassandra, invece, sostiene che i suoi concittadini, caduti in patria e per la patria, sono molto più fortunati dei Greci, morti abbandonati senza il conforto ultimo degli affetti familiari. Cassandra, dunque, compiange i Greci vincitori stremati e serbati ad altre sciagure. I Troiani, morti sul campo, sono stati invece portati alle loro case dagli amici, coperti dalla terra materna e composti in panni candidi da mani pietose. Si viene pertanto a modificare nella sostanza il rapporto di potere creatosi con l’esito della guerra: i vinti non piangeranno. Così recita Poseidone nel prologo: Folle mortale chi distrugge città e regala i santuari e le tombe, sacro asilo dei morti, allo squallore: non potrà che morire!
Nelle Troiane ci sono elementi che sembrano contraddire tale simpatia comunitaria reciproca nella quale le differenze etniche, portato mistificatorio di certa struttura sociale, sono ontologicamente inesistenti. In particolare, nella sua accusa ad Elena Ecuba lascia intravvedere una caratterizzazione della propria patria come paese ricco, splendente e lussurioso, che si presta ad una critica sfavorevole dal punto di vista etico: Appena vedesti mio figlio nel fasto dei suoi abiti stranieri, brillare d’oro, un desiderio frenetico ti bruciò la mente. Eri inquieta, fremevi ad Argo, in una vita mediocre. Allora lasciasti Sparta per la nostra città dove scorreva l’oro, e qui venisti per affogarti nell’oro.
Dal luogo comune dei paesi barbari splendidi ed opulenti si passa facilmente all’altro luogo comune della mollezza di vita che traduce l’impressione descrittiva in impressione etica. Nello stesso passo in cui Ecuba parla dello splendore del figlio, fa cenno anche all’usanza barbarica della proskynesis, che rappresenta simbolicamente per i Greci la non libertà. Naturalmente, però, la critica morale implicita nel discorso di Ecuba è tutta rivolta ad Elena e non tanto per il solo fatto di essersi lasciata affascinare dallo splendore barbarico, quanto perché per il fasto ha abbandonato la casa, la famiglia, il marito. Ricavare quindi dalle parole citate un’autocritica di Ecuba per il modo di vivere della propria gente pare francamente eccessivo. Si deve tra l’altro mettere in evidenza che nello splendore in cui sono visti i paesi barbari lontani la critica morale entra, anche in altre tragedie di Euripide, solo come momento secondario: originariamente la ricchezza e la lussuria non rappresentano altro che forme immaginose di rappresentazione dell’esotico.
L’uso del termine barbaros è molto più significativo quando viene applicato con indifferenza per la nazionalità a persone che non sono affatto barbare. Forse l’esempio più importante è una frase pronunciata da Andromaca dopo che Taltibio ha annunciato la decisione dei Greci di uccidere il piccolo Astianatte: E voi, Elleni, che avete escogitato torture da barbari, perché assassinate questo mio figlio che non ha colpe?
Frasi di questo tipo sembrano all’apparenza una riconferma del pregiudizio razziale perché nascono da una eguaglianza tra barbaro e moralmente negativo; ma se è un barbaro a dire queste cose ai Greci, come nel caso di Andromaca, la situazione cambia radicalmente ed esse diventano un’accusa contro il pregiudizio stesso. In realtà la frase di Andromaca significa: "La vera barbarie è la vostra, perché voi siete peggiori di noi", e in tal modo il pregiudizio razziale è messo in crisi. Quindi si è barbari o no, ci vuol dire Euripide, non secondo la propria nazionalità, ma secondo la propria personalità. Il fattore etnico ha così perduto del tutto ogni suo valore discriminatorio: un importante contributo, questo, offerto da Euripide per la costruzione di un principio morale e sociale molto diverso da quello che gli offriva la società del suo tempo, un principio che si riassume nella forte convinzione dell’unità del genere umano.


  S.M.  

  Storia del Laboratorio Thiasos | Euripide | Le Troiane di Euripide: il soggetto | Saggi
Note di Scenografia | Note sulla messa in scena | Testo | Foto di Scena | Se vuoi contattarci: e-mail
HTML e Grafica by Pieri&Agnorelli