Sradicamento e desiderio d’evasione
nelle Troiane di Euripide

Le prime parole che Ecuba pronuncia sulla scena sono un canto di morte e di distruzione (vv. 98-109):

Alza, o infelice, su da terra il capo, / il collo: Troia più / non esiste: / Non sono / più regina di Troia. / Rassegnati alla sorte / mutata. Segui il valico / nuovo della fortuna / squallida. Non dirigere / contro l’onda la prora della vita. / Che cosa intorno a me non è di lacrime / desideroso? Patria, / sposo, figli scomparsi. / O fasto alto degli avi / precipitato, il tuo / splendore antico era un segno del nulla.
 

[trad. Cetrangolo]

Lo stesso dolore, la stessa mestizia, ritorna nelle parole che la regina e le donne del coro si scambiano a conclusione della tragedia, mentre la città di Troia è in fiamme (vv. 1317-1324):

ECUBA O templi, ecco la fiamma che vi rapisce.
CORO Rovine senza nome sarete, al suolo della mia patria.
ECUBA Una nube di polvere si leva immensa e copre la vista delle mie case.
CORO Anche il nome della mia terra perisce. Tutto scompare, in vario modo. Così Troia è finita.

 

[trad. Cetrangolo]

Ciò che Ecuba piange, ciò che il Coro lamenta non è la semplice sconfitta dei Troiani, che dopo dieci anni di sofferenze e di sacrifici sono costretti a piegarsi davanti al nemico venuto da lontano. Né in loro c’è solamente l’ansia e la preoccupazione per il destino di schiavitù che le attende. Le loro parole, piuttosto, comunicano il senso della fine di tutto quanto un mondo. Assieme alla vita degli uomini caduti e alla libertà delle donne e dei bambini, infatti, è la stessa memoria della città di Troia che viene meno.
Da questo punto di vista le Troiane possono essere lette come la tragedia dello "sradicamento". Quale sradicamento, infatti, si può immaginare più devastante di quello che non solo costringe un popolo ad abbandonare la propria terra e la propria città, ma perfino lo priva, attraverso la distruzione completa della stessa, della speranza di potervi un giorno tornare? Quale sradicamento la mente può concepire più violento di quello che non solo divide (le donne dalle donne, i figli dalle madri, i vivi dai morti) e separa (dal patrio suolo), ma incendia, distrugge, cancella per sempre una comunità di uomini dalla scena del mondo?
Per la coscienza greca, però, non c’è sradicamento, neppure il più brutale, che possa estinguere ed annullare l’amore del radicamento. Anzi, quanto il primo è più violento, tanto il secondo sarà più intenso. Dopo tutto, come ben vide Oswald Spengler nel Tramonto dell’Occidente, la civiltà greca è stata la civiltà del "piccolo": a caratterizzarla non furono l’ebbrezza dell’illimitato o l’ansia di lontananze, ma il calore di uno spazio circoscritto, la sicurezza di un luogo familiare, la bellezza di un paesaggio amico. In poche parole, l’amore per le radici. Ciò spiega l’insistita e frequente celebrazione, da Sofocle a Tucidide, da Isocrate a Platone, della bellezza e dell’orgoglio di appartenere in toto ad un suolo, ad una tradizione, ad un destino. Ma quando la violenza della storia svelle quelle radici, allora una ferita profonda si apre nell’animo dell’uomo, dalla quale si può guarire solo a patto di potere, o di sapere, ritornare là dove è l’origine, là dove vive la patria. Non a caso nella lingua greca, come osservava Martin Heidegger, la parola "guarigione", "convalescenza", ha la stessa etimologia di "tornare a casa".
Può incuriosire, ma non meravigliare, che il radicamento, questo sentimento così tipico, anche se non esclusivo, dei Greci, venga colto da Euripide in una prospettiva barbara. Tuttavia, al posto dei Troiani potrebbero esserci dei Greci e la sostanza del discorso non cambierebbe. Ciò che Euripide intende rappresentare nelle Troiane, infatti, sono i sentimenti e le passioni, che ogni uomo prova nel momento in cui è costretto a lasciare la propria terra. Inoltre, giova ricordarlo, Euripide è stato il poeta che più di ogni altro, superando ogni pregiudiziale chiusura nei confronti dei barbari, ha saputo fare rivivere la grande lezione omerica di imparzialità e di equità, che fece dire a Simone Weil nei Quaderni che "soltanto un giusto perfetto poteva scrivere l’Iliade".
Come Omero anche Euripide si sforza di cogliere, al di là della divisione tra vinti e vincitori, tra Troiani e Greci, il comune destino di sofferenza, che alla guerra si accompagna e che dalla violenza discende. Ogni scontro, infatti, secondo la felice intuizione weiliana, se da un lato separa sul piano della forza i contendenti, dall’altro li unisce nella stessa miseria. Nel fare ciò indubbiamente Euripide era aiutato dal fatto che nella sua mente era ancora fresco il ricordo del massacro perpetrato dagli Ateniesi a danno degli abitanti dell’isola di Melos (416), che, come notava il Kuch, segnava il ritorno ad una più brutale e crudele prassi di guerra, dopo la relativa umanizzazione dei conflitti praticata durante l’età della Pentecontaetia. Quel massacro agli occhi degli uomini più sensibili ed avveduti altro non era che l’ennesima replica dell’incendio e della distruzione di Troia. La colpa di tale incendio, come rilevava Hannah Arendt, non fu mai espiata completamente dai Greci, i quali, al contrario, furono costretti a rivivere la distruzione di Troia nel loro grembo sotto forma di guerre fratricide.
Si potrebbe dire che se già la fase Archidamica della guerra del Peloponneso aveva condotto Euripide a mutare il suo atteggiamento ed il suo punto di vista nei confronti della guerra, come testimoniano eloquentemente le Supplici, lo sterminio della è popolazione maschile di Melos e la deportazione di donne e bambini lo spingeva a radicalizzare la sua posizione antibellicista, e per fare ciò era necessario tornare a confrontarsi con quello che era stato il peccato originale dei Greci, vale a dire l’aver fatto concludere la guerra di Troia non con la semplice resa della città, ma con la sua distruzione. Melos, in un certo senso, pareva rinnovare in ambiente greco l’incendio di Troia, che, sotto questo aspetto, andrà letto non solo come "l’inizio della realtà della vita greca", come proponeva Hegel nelle sue Lezioni sulla filosofia della storia, ma anche come la sua eredità più pesante ed ingombrante.
A questo punto, ritengo che anche i celebri versi, nei quali le donne del Coro passano in rassegna le località dove immaginano di poter essere condotte schiave, acquistino il loro giusto significato (vv. 214-229):

Ho udito che la valle del Peneo / sacra si stende ai piedi / dell’Olimpo bellissima / e fiorente di frutti: / ecco la terra dove / io desidero giungere, / se in quella mai di Teseo / non potrò. / E sceglierei / anche i piani dell’Etna / madre dei monti siculi, / paesi dove splende / bella fama di atleti incoronati.

[trad. Cetrangolo]

Il motivo dell’evasione verso terre lontane, che qui compare, non era certo una novità per il teatro euripideo. Infatti, esso era già presente nell’Ecuba, un dramma che, sulla base di due allusioni contenute nelle Nuvole di Aristofane, si è portati a collocare tra il 425 e il 424. Vero è, però, che a partire dal 415 il vagheggiamento nostalgico di luoghi remoti, come nota Di Benedetto, ritorna sempre con maggiore frequenza in Euripide (si pensi, ad esempio, all’Elena, che è del 412, o alle Baccanti, rappresentata postuma), accanto alla ricerca di effetti patetico-sentimentali, alla sottolineatura degli affetti familiari, all’amore per l’immagine bella, spesso fine a se stessa; tutti elementi che, sempre secondo Di Benedetto, sarebbero la spia di un rapporto sempre più difficile, più conflittuale, del poeta con la realtà del proprio tempo e, in particolare, con la città di Atene. Ciò è sicuramente vero. Tuttavia, ritengo che, almeno per quanto concerne le Troiane, il vagheggiamento di terre lontane da parte delle donne del Coro si spieghi, ancor prima che come riflesso del mutato rapporto di Euripide con la polis di Atene e come segno di un crescente disimpegno da interessi di carattere politico, con ragioni interne al dramma stesso. Nella sua velleità e vanità, infatti, l’evasione fantastica delle donne troiane verso regioni distanti assolve la funzione di esprimere con maggiore efficacia l’intensità del dolore che lo sradicamento comporta, di chiarire che la ferita da esso aperta nell’anima è una ferita insanabile, che non ammette rimedio duraturo e definitivo, ma che, tutt’al più, conosce qualche breve momento di tregua e di sollievo nella finzione e nell’immaginazione.
L’evasione verso le terre lontane, in sostanza, in quanto strada che non conduce da nessuna parte, in quanto soluzione che, in realtà, lascia irrisolti i problemi, accentua l’idea, comune all’intera produzione drammatica di Euripide, che al male dell’uomo non ci può essere né rimedio né consolazione, e che spiega la ragione per la quale Aristotele nella Poetica lo definì il più "tragico dei poeti".

F.R.

  Storia del Laboratorio Thiasos | Euripide | Le Troiane di Euripide: il soggetto | Saggi
Note di Scenografia | Note sulla messa in scena | Testo | Foto di Scena | Se vuoi contattarci: e-mail
HTML e Grafica by Pieri&Agnorelli