Traduzione e adattamento
Laboratorio Teatrale Thiasos
Liceo A. Volta - Sezione Classica
Scena:1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13
POSEIDONE
Io Poseidone qui sono venuto: ho lasciato gli abissi del mare Egeo, dove i cori delle
Nereidi muovono i loro agili piedi in vortici di danze. Mai dal mio cuore è caduto
lamore per la città dei Frigi, da quando Febo ed io alzammo le torri delle mura di
Troia su questa pianura. Ora al cielo si leva il fumo delle sue ceneri: la città è
crollata sotto i colpi del ferro argivo. Un uomo della Focide, Epèo, nato sul Parnàso,
istigato da Pallade, costruì quellidolo di morte, pesante darmi, e lha
mandato là, dentro le mura: gli uomini lo chiameranno il cavallo di legno. Regna il
deserto sui boschi sacri, il sangue scorre nelle chiese: Priamo è caduto, morto, sui
gradini dellaltare di Zeus, protettore della sua casa. Gli Achei caricano preda e
oro sulle navi. Sono in attesa del vento favorevole che lieti li conduca a rivedere mogli
e figli, dopo dieci lunghi anni di orrore. Era e Atena, unite nellannientare i
Frigi, mi hanno vinto. Io allora abbandono la grande Ilio e i miei altari. Quando un
deserto di morte domina su una città, si spegne ogni culto e gli dèi rifiutano gli
onori. Grida risuonano dallo Scamandro: è il pianto funebre delle donne troiane,
prigioniere in attesa di essere scelte a sorte per i principi achei. Là giacciono, sotto
quelle tende, e celebrano i riti di sepoltura per i loro mariti stroncati dagli Achei.
E là, per chi vuole vederla, ecco Ecuba, misera, che molte lacrime versa e per molte
ragioni. A lei è morta la figlia Polissena, in silenzio e con cuore fermo, regalo per la
tomba di Achille. Morti anche gli altri figli, morto è Priamo. E Cassandra, la vergine
invasata di Apollo, a forza e in segreto sarà trascinata sul letto da Agamennone,
sprezzante del dio e del sacro. Addio città, fortunata un tempo, ancora cinta di mura
superbe: se non ti avesse demolito Pallade, figlia di Zeus, ancora oggi ti leveresti al
cielo.
II
scena
(Atena - Poseidone)
ATENA
Poseidone, sono Atena, e vengo per unire la tua potenza alla mia. Voglio allearmi con te e
dare agli Achei un ritorno amaro.
POSEIDONE
Hai forse dimenticato lodio che un tempo nutrivi per i Troiani e vieni qui a
compiangere questa città in fiamme? Perché questi continui sbalzi dumore? Non hai
misura: odi e ami senza limite, allimprovviso e a caso.
ATENA
Tu lo sai perché: Aiace si è trascinato via, a forza, Cassandra. Gli Achei hanno offeso
me che li proteggevo e profanato nel saccheggio anche le mie chiese. E per questo avranno
un triste ritorno.
POSEIDONE
Ebbene, così sarà. Hai il mio favore. Sconvolgerò lEgeo: le coste avranno i loro
mucchi di cadaveri. Folle mortale chi distrugge città e regala i santuari e le tombe,
sacro asilo dei morti, allo squallore: non potrà che morire!
ECUBA
Su, misera, solleva la testa. Su la gola da terra: Troia ormai non cè più. Più
non cè la sua regina. La sorte è mutata. Rassegnazione. Naviga ora il tuo mare.
Non drizzare la prora contro londa della vita. Naviga sulla rotta segnata dal
destino. Tutto intorno è mare di lacrime: patria, figli, marito. Tutto perduto. O alto
splendore degli avi, caduto a precipizio: eri il segno del nulla. Tacere? Non tacere?
Lamentarsi? Di che? Questo giacere sulla pietra nuda mi sfibra. Oh, la mia testa! Volgersi
sui fianchi ogni momento. Spasimo delle membra, levati in alto, su dalla spina dorsale,
come il canto del mio dolore. Dolce musica il grido di lugubri sciagure. Prue veloci di
navi sul mare. Suono cupo di flauti, canzoni di guerra, a caccia della spartana, odiosa,
vergogna di Castore, disonore dEurota, assassina di Priamo, padre di molti figli,
lei spinge me in queste sciagure. Questa pietra arida è il mio trono: qui, prigioniera,
lontano dal mio tetto, abbrutita dal lutto. E voi, mogli disgraziate dei Troiani, voi
vergini senza nozze, piangete insieme a me Ilio, che ora è fumo. Come un grido di madre
ai suoi uccelli in volo, io intonerò il mio canto: non quello che intonavo per gli dèi,
appoggiata allo scettro di Priamo, non quello che invitava a battere il piede, ai ritmi
della danza frigia.
IV scena
(Voce anonima - Coro - Ecuba)
VOCE ANONIMA
Ecuba, Ecuba, che dici? Che gridi? Dove va il suono delle tue parole?
CORO
Penetra queste pareti il tuo pianto. Savventa il terrore nel petto. Attendo tra i
lamenti la mia schiavitù
ECUBA
Figlie, figlie: già sopra le navi gli Achei! Già tengono in pugno i remi!
CORO
Per mare sarò trascinata via, lontano dalla mia terra?
ECUBA
Non so. Ma la immagino, la sento, la sciagura.
CORO
Ascoltate, disgraziate Troiane! Venite qui fuori! Uscite di casa! Ascoltate le vostre
miserie! Gli Achei sono pronti al ritorno.
ECUBA
Oh, taci, taci! Non chiamare ora la mia Cassandra in delirio, vergogna di fronte agli
Argivi. È pazza, è fuori di sé. Dolore, per me, sopra dolori. Oh Troia infelice e
infelice chi tha devastato: i vivi e i morti!
CORO
Regina, ho lasciato la tenda dei Greci, per udire la tua voce. Regina, gli Achei hanno
deciso la mia morte? Regina, i marinai son già curvi sui remi?
ECUBA
O figlie, figlie, son qui dallalba in attesa, coi brividi in cuore.
CORO
Regina, è già venuto il nunzio dei Greci? A chi sarò data io, povera schiava?
ECUBA
È vicino il sorteggio.
CORO
Quale uomo di Argo, quale uomo di Ftia mi porterà, disgraziata, via, lontano dalla mia
terra? In quale terra remota?
ECUBA
Ah, povera vecchia, in quale terra sarò serva io, inutile ape operaia, debole parvenza di
defunta? Sarò custode a una porta o bambinaia, io, che qui ho avuto onori di regina?
CORO
E io? E io? E io? Con quali gemiti, con quali lacrime, io, piangerò la mia sciagura?! Non
più tesserò la mia lana sui telai di Ilio. Per lultima volta vedrò i corpi dei
miei bambini. Più gravi ancora saranno le mie miserie. Sarò spinta nel letto dun
greco. Maledetta questa notte! Maledetto il mio destino!
VOCE ANONIMA
Tacete ora, tacete! Ecco il messo dei Dànai. Odo i suoi passi. Ascoltiamo, perché siamo
schiave dei Greci, ormai.
V scena
(Taltibio - Ecuba - Coro)
TALTIBIO
Ecuba, tu mi conosci; sono Taltibio. Spesso sono venuto qui a Troia in missione e ancora
vengo per darti una nuova notizia.
ECUBA
Questo, mie care Troiane, questo temevo, ormai da tempo.
TALTIBIO
Hanno fatto il sorteggio, se questo temevi.
ECUBA
Quale città di Tessaglia o di Ftiotide o della terra di Cadmo mi avrà?
TALTIBIO
La sorte vi ha dato ciascuna a un guerriero.
ECUBA
E a chi è toccata ciascuna? Chi di noi si deve aspettare un destino fortunato?
TALTIBIO
Io lo so: ma tu chiedi una cosa per volta.
ECUBA
Chi si prenderà, parla, la mia povera figlia, Cassandra?
TALTIBIO
Lha tenuta da parte, per sé, come preda, il re, Agamennone.
ECUBA
Oh! Sarà dunque schiava di Clitemnestra, sua sposa?
TALTIBIO
No, sarà sposa in segreto del letto del re.
ECUBA
Lei, la vergine di Febo? Ma il dio le ha fatto dono di una vita intatta!
TALTIBIO
Amore lo ha trafitto per questa vergine consacrata.
ECUBA
Getta via, figlia, le chiavi sante della tua chiesa. Via dalla pelle i paramenti sacri.
Strappa la corona delle bende.
TALTIBIO
Ma non è, per lei, un grosso onore avere il letto di un re?
ECUBA
E laltra figlia mia, che già mi avete preso, lei dovè?
TALTIBIO
Polìssena, vuoi dire? O chi?
ECUBA
Sì, lei. A chi lha stretta, lei, la sua sorte?
TALTIBIO
Lordine è che sia addetta alla tomba di Achille.
ECUBA
Povera me, lho partorita per servire un sepolcro! Ma che legge, dimmi, che rito è
questo per voi?
TALTIBIO
Devi invidiarla, tua figlia: lei... sta in pace.
ECUBA
Spiègati, che vuoi dire? Vede ancora la luce del sole?
TALTIBIO
La tiene un destino, libera da ogni male.
ECUBA
E la moglie del mio Ettore, la povera Andromaca: qual è il suo destino?
TALTIBIO
Lei, anche lei, lha tenuta in serbo per sé, come preda, il figlio di Achille.
ECUBA
E io? Io di chi sarò serva, io, che ho bisogno di un bastone per trascinare il mio corpo
vecchio?
TALTIBIO
A Odìsseo, il signore di Itaca, sei toccata in sorte.
ECUBA
Ah, percuoti, misera, la tua testa rasata. Strappa collunghie le rughe del tuo viso.
Mi consegnano, schiava, a quelluomo immondo di frode, nemico di giustizia, bestia
senza legge, che tutto mistifica con la sua doppia lingua e deforma lamicizia in
odio. Piangete Troiane, piangete su di me: sono perduta, finita, precipitata nella miseria
estrema.
CORO
Il tuo destino, tu lo conosci. Ma chi ha il potere sul nostro destino?
TALTIBIO
Là... là quel bagliore di fiaccole! Là dentro si accende! Perché? Sono le tende che
bruciano? O le prigioniere danno fuoco ai loro corpi per darsi la morte e non abbandonare
la loro terra?
ECUBA
Non è lincendio, non si danno fuoco. È mia figlia, è Cassandra, che corre folle
del suo delirio.
VI scena
(Cassandra - Ecuba - Coro - Taltibio)
CASSANDRA
In alto la luce. Luce io porto. Aspergo di fuoco la mia chiesa. O Imeneo, signore Imeneo.
Beata sposa, io, sul letto di Argo, beato il mio sposo. Pianto di madre misera: dolore per
il padre, lamento per la patria, cara, dolore per il mio matrimonio. O Imeneo, signore
Imeneo. Splendore di fuoco per te, fulgore di fiamma per Ecate. Legge del letto di
vergine. In alto il piede, fino alletere la danza. Sacra danza dei lieti giorni del
padre.
Febo, tu mia guida: sacrario dalloro per la tua vergine. O Imeneo, signore Imeneo.
Danza di madre, vortice di passi a tempo. Canti e grida. Grida e canti. Donne di Frigia,
vestite a festa. Alto il canto per luomo destinato al mio letto.
CORO
Regina, frena questo delirio di vergine. Non corra il suo passo al campo dei Dànai.
ECUBA
O Efesto, che porti le torce per i matrimoni mortali, amaro fuoco tu accendi, triste luce
della speranza amara. O figlia, chi immaginava il tuo corteo di nozze allombra del
ferro di Argo? Neppure la disgrazia ti riporta il senno. Non ti muta il dolore.
CASSANDRA
Corona, madre, la mia testa vittoriosa. Esulta per le mie nozze regali. Spingimi a questo
passo, se io indugio. Se Apollo è davvero dio Ambiguo, Agamennone, il grande signore,
avrà per sé una sposa più funesta di Elena. Io strumento di morte, io rovina della sua
casa, io vendetta per mio padre e i miei fratelli, morti. Ma... questi orrori voglio
tacere. Non canterò la scure che si abbatte sul collo, per me e gli altri. Non canterò
il matricidio, né la rovina atroce della casa di Atreo. Io, ora, piena di dio, uscirò
ora dal mio delirio e dirò: questa città in fiamme è più felice dei Greci. Loro, alla
caccia di Elena, per una donna, per un amore, hanno perduto infiniti uomini. E Agamennone,
così nobile e saggio, per una cosa odiosa ha distrutto la cosa più cara: sua figlia,
Ifigenia, gioia del focolare. E tutto questo per godersi una donna, rapita non a forza, ma
fuggita di sua volontà.
Qui, sulle rive di Scamandro, son venuti a morire, non a difendere la loro patria. Quelli
che Ares sè preso non hanno visto i figli, non sono stati avvolti nel sudario
funebre dalle loro mogli, ma giacciono in una terra straniera. E nella loro patria
morivano vedove le donne, e i padri senza figli, e i figli crescevano per altri. E nessuno
su quelle tombe offrirà sangue di vittime alla terra. Ecco, di questa lode è degno
questo esercito. Ma... queste vergogne voglio tacere. Per me non ci sia canto per cantare
il male. Ma i Troiani, loro sì, son morti per la patria e questa è lode santa. Morti sul
campo, abbracciati dalla terra materna, composti in candidi panni dalle mani dei cari. E
chi non moriva in battaglia, a sera, ogni giorno, tornava ai figli e alla sposa. Queste
gioie gli Achei non conobbero. E il destino di Ettore, per te doloroso, ascolta in realtà
come sta: un uomo è scomparso, è morto ed ha fama di eroe, e questo grazie agli Achei.
Se quelli restavano a casa, lui era ignorato, lui valoroso comera. E Paride ha
sposato la figlia di Zeus: se non la sposava, restava alloscuro nella sua casa. Chi
è sano di mente deve evitare la guerra, ma se si arriva alla guerra, la bella morte sarà
corona di gloria per la sua patria. Per questo, madre, non devi piangere né questa nostra
terra né il mio letto: i tuoi nemici e i miei, odiosi, io con le mie nozze li
distruggerò.
CORO
Cassandra, il tuo volto sillumina di dolce ambiguo sorriso sopra le nostre e le tue
disgrazie. Cassandra, sembri contenta dei mali della nostra patria. E canti canzoni che
forse, già tu che le canti, sai essere vane.
TALTIBIO
Se Apollo non ti avesse reso pazza, non accompagneresti impunita, via da questa terra i
miei signori, con le tue maledizioni. Ma, a quanto pare, anche i grandi, in tutta la loro
saggezza e maestà, non valgono più di noi che siamo niente. E allora ecco che
Agamennone, il più grande dei Greci, ha subìto il fascino di questa pazza e se lè
scelta. Io, che sono un poveruomo, mai me lo sarei scelto il letto di questa donna.
Ma tu parli al vento - non hai il cervello a posto - e i tuoi insulti io li lascio ai
vènti. Ed ora, dolce sposa novella del mio generale, vai alle navi. Tu, Ecuba, quando
Odìsseo ti ordinerà di andare, seguilo. Sarai la serva di Penelope, una donna onesta,
come tutti sanno.
CASSANDRA
Servo davvero strano, costui: sinchina a tiranni vincitori e non riesce a nascondere
un poco di pietà. Tu dici che mia madre entrerà nel palazzo di Odìsseo? E dove sono,
allora, gli oracoli di Apollo a me rivelati? Lei morirà qui. Il resto è vergogna e io
non lo dirò. E Odìsseo... lui ignora le sue pene: gli sembreranno oro le mie disgrazie e
le vostre, un giorno, in confronto alle sue. Dieci anni per mare, oltre i dieci di qua.
Tornerà alla sua terra, solo. Ma prima lo stretto passaggio di rocce, dimora di Cariddi,
il Ciclope divoratore di carne cruda, e Circe che trasforma in porci e i naufràgi e la
brama di loto che fa dimenticare e le vacche sacre del Sole, voce amara di carne, per lui;
e poi... giù, vivo, nellAde e, scampato al mare, troverà nella sua casa mali
innumerevoli. Ma perché prendo di mira le sciagure di Odìsseo? Ade mi attende. Lo
sposerò allinferno, il mio sposo. Miserabile, misero avrai il sepolcro nella notte,
tu, Agamennone, tu, grande generale dei Danaidi, tu, che credi di fare i miracoli. E io,
io, serva di Apollo, cosa nuda, cosa morta, scaraventata là sulla tua tomba sarò pasto
di bestie. O bende sacre, corona del dio profeta, ornamento di vergine in festa, io,
ancora pura, vi sbrano. Via, via dalla mia carne, ancora immacolata. Ai venti consegno i
vostri brandelli, i venti vi porteranno a Febo, mio signore. Dovè la nave? Corri!
Ora voglio partire! Via da questa terra! Verrò con te, Agamennone, con la furia delle
Erinni! Addio, madre. Non piangere il niente. E tu, cara patria, caro padre, cari
fratelli, caduti nellombra, a lungo non mi aspetterete. Vittoriosa scenderò tra i
morti per dirvi la rovina degli Atridi, ora nostra rovina.
VOCE ANONIMA
Custodi della vecchia Ecuba, la vostra regina giace a terra, caduta senza un filo di voce.
Non volete sostenerla? La lascerete lì quella vecchia caduta? Su, sollevate il suo corpo!
ECUBA
Lasciatemi così. Lasciatemi così, caduta al suolo: degne di caduta le sciagure che
patisco, che ho patito e ancora patirò. O dèi, voi invoco, miei alleati maligni. È
unillusione, sì, ma dà conforto chiamare gli dèi, come in un rito, quando siamo a
terra. E prima di tutto mi è caro cantare i beni di una volta: più grande così sarà la
compassione. Fui regina e fui sposa di un re; generai forti figli, i migliori dei Frigi.
Mai donna greca, o barbara o troiana potrà vantare simili parti. Poi li ho visti cadere e
sulle tombe dei morti ho reciso le chiome. Priamo lho visto coi miei occhi cadere,
io stessa lho visto sgozzato presso il fuoco, sacro del focolare e la città fu
presa. Ho allevato vergini, onore ai loro mariti, e le ho viste strappate dalle mie
braccia. Non cè speranza per loro: mai più mi rivedranno e io mai più le
rivedrò. E, ultima delle mie sciagure, io schiava, io donna vecchia partirò per
lEllade. E, insopportabile sorte alla mia età, sarò custode della reggia di
Odìsseo; io, che ho partorito Ettore, impasterò farina per il pane; avvolta in cenci,
dormirò sulla pietra nuda, cacciata via dal mio letto di regina. Dal talamo alla pietra:
dura sorte per i ricchi. E tu, Cassandra, vergine scossa da brividi divini, hai perso
ormai la tua purezza! E tu, povera Polìssena, dove sei tu? Nessun figlio potrà darmi il
suo aiuto! E voi, perché mi sollevate? Con quali speranze voi ora volete guidare il mio
passo, superbo un giorno, ora servo e tremante. Ora mi basta un cuscino di pietra o un
giaciglio di foglie per morire di pianto. Nessuno, nessuno, anche se favorito dalla sorte,
dovete credere felice prima che sia morto.
CORO
Musa, canta per me in lacrime intorno a Ilio una canzone funebre, un inno nuovo. Alta
risuoni la musica su Troia: il canto del cavallo che mi rese preda infelice di guerra,
quando gli Achei lasciarono davanti alle porte il cavallo - redini dorate, strepito di
nitriti fino al cielo. Dalla rocca lassù il grido: "Andate, liberi ormai dalle pene.
Fate salire lidolo sacro di Pallade, vergine, vergine figlia di Zeus". Quale
ragazza non corse di casa? Quale vecchio non fu sulla porta? Cantavano allegre canzoni,
lieti le mani tendevano alla sciagura. Tutti di corsa alle porte per regalare agli occhi
lagguato tessuto dabete montano, strage alla terra di Dardano. Come scafo nero
di nave è trascinato con funi ritorte di lino, posto nella chiesa di pietra di Pallade,
tappeto di sangue. Oscura la notte calò sulla fatica e la gioia. Suono dei flauti di
Libia, armonie della Frigia risuonano. Grida allegre di fanciulle, palpito aereo di danza.
Bagliori lunari vincono i fuochi e tutti son vinti dal sonno. Poi un grido di sangue sulle
case di Pergamo. Stupore di bimbi, tenere braccia strette alle vesti materne. Vomitava
baleni di Ares lidolo di Atena. Strage intorno agli altari, strage nei letti
nuziali: corona di gloria per lEllade, dolore alla patria dei Frigi.
VIII scena
(Coro - Andromaca - Ecuba)
CORO
Ecuba, vedi là Andromaca. Misera, dove ti portano, misera? Dove lo scudo di Ettore, un
tempo difesa di questa città? Misera, dove ti portano, misera?
ANDROMACA
Gli Achei, i miei padroni, mi portano via.
ECUBA
Ah!
ANDROMACA
Perché tu canti il mio lamento...
ECUBA
Ah!
ANDROMACA
... per questi dolori ...
ECUBA
O Zeus!
ANDROMACA
... per queste sciagure?
ECUBA
O figli miei ...
ANDROMACA
Lo fummo, un giorno.
ECUBA
... felicità è perduta, la città è perduta ...
ANDROMACA
O infelice.
ECUBA
... perduti i miei forti figli.
ANDROMACA
Ombre.
ECUBA
Oh! piangi per me ...
ANDROMACA
... per i tuoi mali.
ECUBA
Miserabile sorte ...
ANDROMACA
... per la città ...
ECUBA
... è fumo.
ANDROMACA
Torna per me, mio sposo. Vieni a me ...
ECUBA
Gridi a mio figlio, nellAde, misera.
ANDROMACA
... protezione alla tua sposa.
ECUBA
E tu, povero vecchio Priamo,
addormentami con te nellAde.
ANDROMACA
Grandi i nostri rimpianti
ECUBA
Grandi i nostri dolori ...
ANDROMACA
... perché la città è perduta ...
ECUBA
e i dolori si ammassano sopra i dolori ...
ANDROMACA
... per gli dèi ostili, da quando Paride, tuo figlio, appena nato sfuggì alla morte.
Lui, per il suo amore di un letto odioso, distrusse queste rocche di Pergamo. Per lui
davanti a Pallade stanno distesi nel sangue i cadaveri, pasto degli avvoltoi. Lui ha
preparato la schiavitù per la città.
ECUBA
Misera patria ...
ANDROMACA
... io ti abbandono e piango ...
ECUBA
... tu vedi la sua fine ...
ANDROMACA
... la mia casa dove ho partorito.
ECUBA
Figli ... resto sola ... Vostra madre ha perso voi e la città ... Lacrime, solo lacrime
nelle nostre case ... Morire... dimenticare ... come i morti ... per non piangere.
CORO
Dolce il pianto, dolce il canto del dolore per chi soffre.
ANDROMACA
Madre delluomo che un giorno con la sua lancia tanti Achei distrusse, madre di
Ettore, tu lo vedi il mio affanno?
ECUBA
Una sola cosa vedo, lopera degli dèi, che innalza e atterra.
ANDROMACA
Mutevole è il destino: nobile fui un giorno, ora preda e schiava, con mio figlio.
ECUBA
La sorte non si cambia: mi ha strappato Cassandra, allimprovviso.
ANDROMACA
Un altro Aiace è venuto per lei: tu sei malata anche per altri mali.
ECUBA
I mali lottano con i mali, sempre e senza posa.
ANDROMACA
Morta è tua figlia, Polìssena: offerta alla tomba di Achille, regalo ad un cadavere.
ECUBA
Figlia mia! dolore, figlia mia. Questo è dunque lenigma di Taltibio, prima così
oscuro.
ANDROMACA
Io lho vista, lho avvolta in un velo e ho pianto sul suo gelido corpo.
ECUBA
Figlia mia, empio delitto. Triste la tua morte.
ANDROMACA
È morta come è morta; ma più felice destino il suo, da morta, di me che sono viva.
ECUBA
Non è lo stesso, figlia. Essere morti non è come vedere la luce: la morte è il nulla,
vivere è sperare.
ANDROMACA
Madre, sono belle le tue parole. Ma ora ascolta il mio ragionamento: voglio riempirti il
cuore di dolcezza. Io affermo che non nascere è come morire: e allora meglio essere morti
che vivere nel dolore: niente soffre chi del male non ha la percezione, ma chi dalla
felicità piomba nella disgrazia soffre nel cuore al pensiero del bene perduto. E
Polìssena è morta: è come se mai avesse visto il giorno. Nulla sa, nulla soffre nel
buio remoto delle cose. Ma io..., io ho provato la felicità e lonore, grandi; ed
ora... tutto ho perduto. Le virtù che una donna può vantare, io tutte le ho realizzate,
con sacrificio, in casa di tuo figlio: nella casa di Ettore, io me ne stavo chiusa, mai mi
mostravo con la gente, perché questo porta biasimo a noi donne, meritato o no. Regolavo
la mia vita con intelligenza: nelle mie stanze non entravano chiacchiere di femmine
maliziose. Io bastavo a me stessa. Mi mostravo al mio sposo con volto sereno e sapevo
quando vincerlo e quando cedere a lui. Mai su di me il biasimo e proprio queste virtù,
note agli Achei, mi hanno rovinata; per queste virtù il figlio di Achille mi ha voluto
prendere e possedere, schiava. Ora se mi allontano dal mio caro Ettore e aprirò il mio
cuore a questo nuovo marito, mi diranno vigliacca e crudele; se invece mostrerò
repulsione, allora mi odieranno i padroni. Dicono che basta una notte a cancellare la
repulsione di una donna per il letto di un uomo. Ma mi fa nausea la donna che nel letto di
un altro inganna la memoria del marito. Nemmeno una cavalla sopporta un altro giogo,
divisa dalla sua compagna: eppure è un animale, non ha parola, non ha intelletto, ha solo
la natura inferiore della bestia. Tu Ettore, eri tu, caro Ettore, luomo che mi
faceva contenta: grande per intelligenza, per valore, per stirpe, per ricchezze. Per te
io, vergine, sono uscita dalla casa di mio padre e a te mi sono unita. Ed ora tu sei
morto. Ed ora io vado sul mare, in Ellade, sotto un giogo di schiava. Ecco perché la
rovina di Polìssena è meno dei miei mali. E tu la compiangi? Io non ho più speranza...
la speranza, lultimo conforto, lultimo rifugio dei mortali. Nemmeno
lillusione è più dolcezza.
VOCE ANONIMA
Tu soffri le mie stesse disgrazie. E il tuo pianto rende più crudele la mia disgrazia.
ECUBA
Non sono mai salita su una nave, ma ho visto e sentito i pericoli dei marinai: quando li
assale la bufera, tentano di resistere con ogni sforzo: uno corre al timone, uno alle
vele, uno giù nella stiva. Ma quando cresce il mare e li travolge, allora cedono alla
sorte e si affidano alle correnti delle onde. E così io cedo, in silenzio, allonda
della mia sventura, ai flutti sollevati dagli dèi. Ma tu, figlia mia, lasciala perdere la
sorte di Ettore. Le tue lacrime non possono salvarlo. Rendi onori al tuo nuovo signore:
aiuterai così i tuoi cari e potrai allevare il figlio di mio figlio. È lui lunico
aiuto per questa città: i tuoi nipoti rialzeranno Troia.
IX scena
(Taltibio - Andromaca - Coro - Ecuba)
TALTIBIO
Moglie di Ettore, il più grande dei Frigi, un giorno: non mi guardare con ribrezzo. Io
vengo... controvoglia a riferirti... nuovi ordini.
ANDROMACA
Le tue parole sono inizio di altre sciagure. Lo sento.
TALTIBIO
Il tuo bambino, è deciso ... - ma come posso dirlo?
ANDROMACA
Non avrà lo stesso mio padrone?
TALTIBIO
Nessuno degli Achei sarà mai suo padrone.
ANDROMACA
Resterà qui resterà, allora, unico avanzo dei Frigi?
TALTIBIO
Non è facile dire, a te, questa sciagura
ANDROMACA
Approvo il tuo riguardo, a meno che tu non mi parli di gioie.
TALTIBIO
Lo uccideranno il tuo bambino.
ANDROMACA
Ah! Questa è disgrazia più grande di ogni altro male! Più grande delle mie nuove nozze!
TALTIBIO
Odisseo ha vinto, parlando in assemblea.
ANDROMACA
Le mie disgrazie non hanno misura.
TALTIBIO
Non bisogna crescerlo un bambino di un grandissimo uomo.
ANDROMACA
Vinca Odìsseo un giorno, così, per il suo figlio!
TALTIBIO
Bisogna gettarlo giù dalle torri. E così sia. Ma tu mostrati saggia: soffri con
nobiltà, chiusa nel tuo dolore. Tu non hai forza e non credere di poterla avere la forza:
non cè via di scampo. Rifletti: la città è caduta e così tuo marito: tu sei
schiava, sei una donna sola, e gli Achei possono combattere una femmina. Non cercare lo
scontro. Non fare niente contro il tuo decoro. Non scagliare le tue maledizioni contro gli
Achei, o gli Achei ti odieranno e questo figlio tuo non avrà sepoltura. Ma... se ti
piegherai, in silenzio, al tuo destino, potrai piangere il tuo bambino sulla tomba e gli
Achei ti saranno favorevoli.
ANDROMACA
O mio bambino adorato, conforto dei miei giorni, tu morirai e lascerai me, sola, nella
sventura. Ti uccide la nobiltà del padre, vita per altri, morte per te. Quale vantaggio
dal valore di tuo padre? Entrai un giorno nella casa di Ettore non per generare un figlio
vittima dei Dànai, ma un re dAsia. Tu, piccolo, ora piangi: senti le tue disgrazie.
Perché ti attacchi a me, afferri le mie vesti e come un pulcino ti affidi alle mie ali?
Ettore non tornerà su dalla terra, con la sua lancia, a portarti salvezza. La famiglia di
tuo padre più non esiste, la forza dei Frigi più non esiste. Orrendo il salto, giù
dalle mura alte, ti spezzerà il respiro. Tenero abbraccio di tenere braccia, dolce soffio
della tua pelle: questo seno, invano, ti ha nutrito in fasce; invano mi sono consumata
nelle mie fatiche. Abbracciala, tua madre. Posa qui la tua bocca. E voi, Elleni, che avete
escogitato torture da barbari, perché assassinate questo mio figlio, che non ha colpe? E
tu, Elena, tu non sei figlia di Zeus: i Dèmoni del Male ti hanno generato, lOdio e
poi lInvidia e poi la Morte e tutti i Dèmoni che la terra nutre. Come crederti
figlia di Zeus, tu, rovina di barbari e di Elleni? Che tu sia distrutta, tu, che hai
distrutto le pianure dei Frigi. Prendetelo allora, e portatelo via, e gettatelo giù, se
così deve essere. Sbranate le sue carni. Mangiate le sue carni. Gli dèi ci distruggono e
la morte da questo bambino ormai non possiamo tenerla lontana. E poi nascondete il mio
povero corpo, gettatelo sulla nave. Io perdo mio figlio e vado alle mie nozze, belle.
CORO
Dolore di questa città! Quanti uomini, quanti uomini! Quanto sangue, quanto sangue! Per
una sola donna, Elena, per il suo letto odioso.
TALTIBIO
Andiamo alle torri. Là cesserà il soffio della sua vita. Così è deciso per Astianatte.
Chi è spietato dovrebbe annunciarli questi ordini, chi è più duro di me alla pietà.
ECUBA
O bambino, figlio del mio povero figlio, ci spogliano della tua vita, senza giustizia, tua
madre e me. Che farò io per te? Ti offrirò questo pianto, questi colpi alla mia testa,
al mio petto. Il pianto è il potere che mi resta. Che cosa manca ormai per piombare nel
baratro della rovina?
X scena
(Menelao - Ecuba - Elena - Coro)
MENELAO
Giorno splendido, luce del sole, finalmente mi vedi mettere le mie mani sopra mia moglie.
Eccomi infine, dopo molte fatiche, io, Menelao, col mio esercito. Non sono venuto qui per
amore di donna, come credono tutti, ma per luomo, quelluomo che da casa mia si
portò via mia moglie: inganno perfido dellospite. Lui ha pagato: gli dèi fanno
giustizia, sempre. Lui ha pagato, e la sua terra, caduta sotto la nostra lancia. Ora son
qui per portarmela via, quella disgraziata, quella moglie che un giorno fu mia. Ora son
qui a riprenderla: è là, infatti, tra le prigioniere, in mezzo alle altre donne troiane.
Chi ha patito per dieci lunghi anni me lha data da uccidere o da portare via, ad
Argo, e là sacrificarla alla vendetta, giusta, di chi ha perso qui i propri cari. E
allora sia trascinata qui, per i capelli lordi di morte: la porterò in Ellade al primo
vento propizio.
ECUBA
Zeus, sostegno della terra, che sopra la terra hai la tua sede, chiunque tu sia, difficile
a comprendersi - forse necessità della natura, forse ragione degli uomini: te supplico,
perché tu guidi attraverso sentieri silenziosi gli eventi degli uomini a giustizia.
MENELAO
Cosa dici? Tu cambi le preghiere. È nuova, insolita, la tua.
ECUBA
Ti lodo, Menelao, se tu la ucciderai, tua moglie. Ma ... guardati dal guardarla, che non
ti afferri con il desiderio: lei prende gli occhi degli uomini e prende le città, brucia
le case. È piena dincanto. La conosco, io; la conosce chi lha subita, e...
tu... la conosci.
ELENA
È un preludio, il tuo, Menelao, carico di paura. I tuoi servi mi hanno mandato qui, a
forza; e sento - credo di sentire - il tuo odio. Ma da te voglio sapere la decisione sulla
mia vita.
MENELAO
Dubbio non cè mai stato e a me ti hanno dato da uccidere, a me, la vittima della
tua ingiustizia.
ELENA
Mi è concesso replicare a questa decisione con un discorso: perché se io dovrò morire,
non morirò con giustizia.
MENELAO
Sono qui per uccidere, non per sentir discorsi.
ECUBA
Ascoltala, Menelao. Non privarla di questo, e anche a me concedi poi il diritto di
replica. Tu non sai niente dei mali da lei subiti qui, a Troia. La schiaccerò col peso
delle mie accuse e non avrà via di scampo.
MENELAO
È tempo perso: ma se lo vuole, parli. Però deve sapere che questo tempo io lo regalo a
te, Ecuba, ai tuoi discorsi, e non a lei.
ELENA
Parlerò bene, forse, parlerò male, ma... questo non mimporta: sono tua nemica -
così tu credi - e per questo, forse, non replicherai. Ma io, i tuoi discorsi
daccusa contro di me, io li conosco bene, e io a quelli replico e le confronto con
le mie, le tue accuse. Il principio dei mali, lei lha generato, lei che ha partorito
Paride. Apparve nei sogni di sua madre, immagine triste di fuoco e fu la rovina di Troia.
Paride giudicò le tre dee: Pallade gli promise il dominio dellEllade. Era gli
promise il dominio dAsia e dEuropa. Afrodite la mia bellezza. Vinse Afrodite e
le mie nozze resero felice lEllade: non siete caduti sotto i barbari, non siete
dominati da tiranni. Felicità per lEllade, per me infelicità: rovinata fui, io,
venduta da Afrodite per la mia bellezza, e biasimo ricevo da voi, non corone di gloria. Il
dèmone nato da costei, Paride, venne a Sparta, scortato da Afrodite, dea potente; e tu,
stolto, per nave andasti a Creta. E io, confusa, seguii lo straniero, abbandonai la tua
reggia. Afrodite lo volle. Tu, dunque, punisci la dea, tu prova a superare Zeus, signore
del mondo, ma schiavo, anche lui, di Afrodite. Io merito perdono. Ma tu dirai: quando
Paride morì, io dovevo fuggire da queste case, io dovevo venire alle navi. E io ho
tentato: le guardie delle torri mi sorpresero spesso a calarmi giù dalle mura con funi. E
allora, marito mio, dimmi: è giusta la morte decretata per me da te? Paride mi ha sposato
con la forza di Afrodite. Tu, marito mio, vuoi vincere gli dèi, ma è folle presunzione
solo immaginarlo.
CORO
Regina, difendi ora i tuoi figli. Regina, difendi la tua patria. Regina, distruggi il
fascino delle sue parole. Parla bene costei, ma è colpevole. E osa gettare su te accuse
infamanti. Questo è tremendo.
ECUBA
Prima di tutto sarò lalleata delle dee: dimostrerò ingiusta la causa di questa
donna. Non credo che Era e Atena, la vergine, fossero tanto folli da vendere Argo ai
barbari o Atene ai Frigi. Fu solo un gioco il loro, solo vanità: venire sullIda a
quella gara. E perché mai Era doveva desiderare tanto la bellezza? Forse per un marito
migliore di Zeus? E Atena? Atena forse era a caccia del letto di un dio? Lei che chiese e
ottenne dal padre la verginità e fuggiva ogni letto? Non inventarti divinità pazze, per
rendere più belle le tue colpe. Chi ha senno non cadrà nellinganno. Ma Cipride, tu
hai detto - e questo fa un po ridere - venne in casa di Menelao con mio figlio? E
non poteva stare tranquilla in cielo e portare te a Ilio, e tutta la tua città? Mio
figlio fu troppo bello, e i tuoi sensi - a vederlo - si fecero Afrodite. Per gli uomini
tutte le pazzie sono Afrodite. E il nome della dea vuol dire Frenesia. Appena lo vedesti
nel fasto dei suoi abiti stranieri, brillare doro, un desiderio frenetico ti bruciò
la mente. Eri inquieta, fremevi ad Argo, in una vita mediocre. Allora lasciasti Sparta per
la nostra città dove scorreva loro, e qui venisti per affogarti nelloro.
Misera casa, per te, il palazzo di Menelao. Non bastava alla tua smania di lusso. Tu dici
poi che mio figlio ti ha condotto qui a forza. Dimmi: quale Spartano se nè accorto?
Quale grido levasti, per chiamare in aiuto Castore e il suo gemello - fratelli tuoi - che
non erano ancora fra le stelle? E poi, quando venisti a Troia, e gli Argivi dietro le tue
tracce, e fu scontro e lotta, e ti annunciavano le belle imprese di Menelao, ti piaceva
lodare Menelao, ed era un dolore per mio figlio, che aveva un rivale, grande, per il
proprio amore. Ma se la fortuna era dei Troiani, era niente costui. Spiavi la fortuna, la
braccavi, ma la virtù... della virtù non timportava niente, quella non la volevi.
Poi vieni a dire dei tuoi tentativi di calarti giù dalle mura con le funi, di nasconderti
a terra, come se tu, qui, ci restassi contro voglia. E poi chi mai ti ha sorpresa
attaccata per il collo ad una corda o mentre ti affilavi un coltello? Questo può farlo
solo una nobile donna che rimpiange il marito. Eppure io spesso ti ammonivo:
"Vattene, figlia: altre spose sposeranno i miei figli. Io ti nasconderò, io ti
manderò alle navi achee. Falla smettere questa guerra per gli Elleni e per noi". Ma
questo era duro per te. Grande la tua superbia: volevi essere adorata dai barbari, nei
palazzi di Alessandro. Questo per te era grande. E ora qui ti presenti, più bella che
mai, piena dornamenti, sotto lo stesso cielo di tuo marito. Spudorata! Tu meriti lo
sputo del disprezzo. Dovevi presentarti con stracci di vestiti, misera, tremante, con la
testa rasata, umile non sfrontata, ricordare le colpe di prima. Menelao, attento, finirò
il mio discorso: incorona lEllade e uccidila, questa, per il tuo onore. Dài questa
legge a tutte le altre donne: muoia chi tradisce il marito.
CORO
Menelao, punisci tua moglie, per lonore della tua casa. Menelao, punisci tua moglie,
per la tua fierezza. Menealo, via da te laccusa di essere debole come una femmina.
MENELAO
Ecuba, sei daccordo con me su questo punto: lei è fuggita dalla mia casa di sua
volontà. Di sua volontà è andata verso letti stranieri. Appellarsi al volere di
Afrodite è pura presunzione. Elena, tu ora muoviti e aspettati di essere lapidata:
pagherai in un istante per i lunghi travagli degli Achei e per il mio disonore.
ELENA
No, qui, in ginocchio, ti prego: non uccidermi! Non ho colpa della follia damore. La
malattia damore mi viene da Afrodite. Io merito il perdono, non la morte!
ECUBA
Menelao, non tradire i tuoi alleati, vendicali: questa li ha uccisi. Per loro ti scongiuro
e per i figli miei.
MENELAO
Falla finita, vecchia: a lei io non ci penso. Salirà sulla nave e tornerà
nellEllade.
ECUBA
Ma non farla salire sopra la tua nave!
MENELAO
E perché mai? Temi che aumenti il peso?
ECUBA
So, Menelao, che non esiste amante che per sempre non ami.
MENELAO
Dipende dal cuore della persona amata. Ma farò come vuoi e questa non salirà sulla mia
nave. E, daltra parte, tu non dici male. Verrà ad Argo e da malvagia qui morirà
male, come si merita: esempio di fedeltà per altre spose, che si faranno sagge. E questo
non è facile. Ma la sua morte farà paura, almeno a quelle più pazze e malate
damore.
XI scena
(Coro)
CORO
Zeus, Zeus, tradisti la tua chiesa profumata dincenso. Consegnasti al furore dei
Greci il fumo sacro delleterea mirra e Pergamo e le valli dellIda coronate
dedera e di neve e le vette squarciate dal primo bagliore di luce. I sacrifici agli
dèi sono ormai memoria perduta, solo ricordo le litanie dei cori nelle feste notturne al
chiaro di luna, fra statue dorate di dèi. Dimmi, Signore, dimmi, tu che siedi sul trono
del cielo: dimmi, se pensi a questa città, distrutta dallimpeto ardente di fiamma?
Caro marito mio, vaga ombra di morto, cadavere insepolto. Navi alate mi porteranno ad
Argo, fra le mura di pietra dei Ciclopi. Gemiti di bambini aggrappati alle porte. Grida di
vergine: io sono sola, mamma, lontano dai tuoi occhi, preda di Salamina sacra, preda della
terra di Pelope. Sulla nave leggera in mezzo al mare si scagli il fuoco sacro del fulmine,
piombi sui remi il lampo del tuo baleno, Zeus, Zeus, signore che domini il mondo. Non
giunga Menelao al suo focolare, con la sua sposa malvagia, vergogna dei Greci, rovina di
Troia. Disgrazie sopra nuovedisgrazie. Cumulo di sciagure sopra questa terra. Spose,
guardate là il corpo di Astianatte, il suo povero corpo gettato giù dalla rocca.
XII scena
(Taltibio - Ecuba - Coro)
TALTIBIO
Ecuba, ormai solo una nave è a riva, pronta a salpare con le ultime prede. Neottòlemo è
partito e Andromaca con lui. Lho accompagnata con molte lacrime, quando ha lasciato
la sua terra e la tomba di Ettore. E ha chiesto ed ottenuto di seppellire il misero
piccolo corpo del figlio del tuo Ettore. Il suo scudo di bronzo, terrore degli Achei, non
sarà mai trofeo nella casa di Pelope. Lo avrà Astianatte come suo sepolcro. E Andromaca
mi ha chiesto di affidarlo a te col corpo del bambino. Avvolgi il suo cadavere nei veli,
incorona la sua testa per lei. Quando lo avrai composto, lo copriremo di terra e
toglieremo lancora. Ma fallo in fretta; io ho già purificato le ferite
nellacqua di Scamandro, ed ora andrò a scavare la fossa.
ECUBA
A terra questo scudo di Ettore, spettacolo orrendo di dolore. E voi, Achei, potete andare
superbi delle vostre lance vittoriose, non certo del vostro cuore. Perché questo delitto
mostruoso di un bambino? Per paura che potesse alzare ancora al cielo le mura di Troia?
Nemmeno Ettore, con schiere deroi, ha potuto frenare la rovina. Timore orrendo
quello che offusca la ragione. E tu, caro, su te piombò orribile morte: non sei morto sul
campo per la patria, non hai imparato le gioie della giovinezza; e la tua breve vita
lhanno squarciata proprio queste mura, alzate un giorno da Febo, ambiguo dio. Queste
mura hanno tagliato i riccioli che tua madre baciava. Dalle tua ossa spezzate schizza il
sangue. Ma questi orrori io non li dirò. Piccole mani, fredde piccole mani. Tenera bocca,
piena un giorno di grida di bambino, ed ora muta. Mentivi un giorno, quando mi dicevi:
"Nonna, io ti seppellirò e un taglio dei miei riccioli sarà per la tua tomba".
Io ora, io vecchia sola e curva e stanca, seppellisco il tuo corpo dilaniato. Vana memoria
le mie tenere cure, le mie veglie sul tuo tenero sonno. Quali parole scriverà un poeta
sulla tua tomba? "Fu ucciso dalla paura degli Achei". Parole vergognose per
loro. Di tuo padre ti resta questo scudo, che ti sarà custode nel riposo. Qui,
nellimbracciatura resta il segno del suo polso, e sullorlo del cerchio viva è
ancora la traccia del sudore. Ora portate quanto resta per adornare il corpo: la sorte non
ci concede ricchi funerali. Un dèmone è la fortuna. Pazzo è chi sillude
deterna felicità. Ecco, creatura mia, mai vittorioso in gare col cavallo e con
larco sui tuoi compagni. La madre di tuo padre ti porge questi doni. I beni che un
giorno erano tuoi ed Elena oggi ti ha strappato insieme con la vita. Ecco, creatura mia,
la tua veste frigia, che doveva sfiorare la tua pelle il giorno delle nozze. E per lo
scudo di Ettore, ecco questa corona eterna. Scenderai, tu, immortale, nella terra con
questo corpo. Tu più degno donore delle armi perverse di Odìsseo.
CORO
Amaro lamento!
ECUBA
Ah! Ah!
CORO
La terra nera ti accoglie.
ECUBA
Ah! Ah!
CORO
Grida, madre, grida il tuo lamento...
ECUBA
Ah! Ah!
CORO
... i tuoi dolori crudeli.
ECUBA
Ah! Ah!
CORO
Batti il tuo petto.
ECUBA
Ah! Ah!
CORO
Percuoti la tua testa, come il remo si abbatte sulle onde.
ECUBA
Mie care donne... Solo la mia fine nella mente degli dèi, non volevano altro. Troia
odiavano più dogni altra città. Vani i nostri sacrifici. Inutili le preghiere. Ma
se il dio non portava distruzione, niente di noi in futuro saprebbero i mortali. E per noi
nessun inno, né canto. Ed ora andate con questo cadavere alla sua tomba, povera. Ormai ha
le sue corone di defunto. Ma poco importa, ai morti, delle offerte: vanto vano dei vivi.
CORO
Madre, misera la madre, che ha visto il figlio spezzato, spezzate le grandi speranze della
vita. Felice, invidiato, nato da nobili padri, e ora morto dorrenda morte. Ah, ah!
In alto, in alto, vedo un agitarsi di mani. In alto, là, fiamme ardenti nellaria,
atroce male su Troia.
XIII scena
(Taltibio - Ecuba - Coro)
TALTIBIO
Lordine è di appiccare il fuoco. E, rasa al suolo la città, noi salperemo, lieti,
verso casa. E voi, donne, al primo squillo di tromba, andate alle navi. Tu, misera
vecchia, seguile. Di Odìsseo ti fa schiava il destino.
ECUBA
Questo è il mio male estremo: allontanarmi dalla città in fiamme. Mio stanco corpo,
presto, volgiti a salutarla, questa tua città. Un giorno respiravi grandezza, ora sei
priva del tuo nome superbo. O dèi! O dèi! Perché invoco gli dèi? Già da tempo
invocati, mai mi hanno dato ascolto. Corriamo al rogo: morte bella per me bruciare nelle
fiamme.
TALTIBIO
Sei pazza, sei pazza; sei in delirio per le tue sciagure. Fermati, tu sei preda di
Odìsseo. A lui tu devi andare.
ECUBA
Ah! Figlio di Crono, signore della Frigia, non vedi quali disgrazie indegne della stirpe
di Dardano, che tu hai generato?
TALTIBIO
Vede, ma Troia non è più. È caduta questa grande città.
ECUBA
Avvampa Ilio.
CORO
Ali nere di fumo si perdono nellaria
ECUBA
Bruciano case e torri.
CORO
Precipita la terra trafitta dalla lancia
ECUBA
Frana la rocca di Pergamo.
CORO
Arde il palazzo trafitto da lame di fuoco.
ECUBA
Oh, terra che hai nutrito i miei figli.
CORO
Tu chiami i morti
ECUBA
Oh, figli, udite la voce della madre.
CORO
Tu chiami i morti.
ECUBA
Sì, chiamo i morti.
CORO
Percuoto la terra, da terra ...
ECUBA
... a terra percuoto la terra...
CORO
... e invoco il marito.
ECUBA
Ci trascinano, via...
CORO
Strazio il tuo grido.
ECUBA
... a servire
CORO
... lontano dalla patria
ECUBA
Priamo insepolto al suolo
CORO
La morte pietosa ha coperto
i suoi occhi con strage empia
ECUBA
O chiese di dèi e palazzi di uomini...
CORO
... distrutti dalla fiamma sanguinosa e dalla lancia, senza nome sarete, deserto senza
nome.
ECUBA
Il fumo mi farà cieca, non vedrò la mia casa.
CORO
Invisibile nome di questa città.
ECUBA
Udite, udite...
CORO
... crolla lalta rocca di Pergamo, la città tutta trema.
È unonda di fragore.
ECUBA
O mio corpo tremante, trascinato al duro giorno della schiavitù.
Sparirò senza nome, nel deserto invisibile del nulla.
Resterà
leco del mio
lamento,
flebile canto
per quelli
che verranno.
*
* *
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